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I Cult Of Youth di Sean Ragon sono tornati con Final Days. Dopo Love Will Prevail del 2012, la band di Brooklyn, dedita ad un originale neofolk post-punk, esce con un ottimo lavoro, che secondo le loro stesse parole, è una sorta di “Pet Sounds post-industriale” – ma prendete la definizione con la dovuta ironia. Si tratta, in realtà, di un disco cupo, indignato e pessimista sul percorso dell’umanità che, pur mescolando diverse influenze che vanno dal folk al post-punk, sino ai The Birthday Party, in realtà è molto vicino ai contenuti espressi dalla scena neofolk europea. Non è un caso che nell’ultimo numero della rivista Tyr, diretta da Joshua Buckley e Michael Moynihan (giornalista e anima dei Blood Axis), sia comparsa una bella intervista a Ragon intitolata “The New Old Ways”, come una canzone dell’album precedente dei Cult Of Youth. In questa lunga intervista il Nostro racconta della sua passione per lo studio delle rune, per il paganesimo e la spiritualità pre-cristiana. Sono tutti interessi che in Ragon convivono felicemente con un approccio punk DIY anticapitalista e, soprattutto, radicalmente antimaterialista.

Il disco è uscito l’11 novembre, sempre per l’americana Sacred Bones, e presenta una line up allargata a Jasper McGandy (basso), Christian Kount (chitarra), Cory Flannigan (batteria) e Paige Flash (violoncello). Si tratta del primo album che i Cult Of Youth hanno registrato come una vera e propria band di cinque elementi. Sinora il gruppo era stato, per certi versi, un progetto del solo frontman Sean Ragon, coadiuvato da altri musicisti e collaboratori. La nuova formazione dei Cult Of Youth convince, regalandoci uno dei migliori lavori del gruppo. Il nuovo chitarrista Christian Kount dà il suo contribuito con un approccio tagliente post-Joy Division che ben emerge in un brano con reminiscenze dark-wave come Empty Faction. Cory Flannigan alla batteria e alle percussioni aggiunge una serrata e selvaggia ritmica a tutto il lavoro. Sembra che durante la registrazione del disco siano state usate anche delle ossa umane, come strumenti percussivi. Todestrieb (“istinto di morte” in tedesco), la traccia di apertura del disco, è forse l’episodio più interessante e originale del lavoro. Si tratta di un brano apocalittico e strumentale di cinque minuti e undici secondi in cui, tra rumori post-industriali e improvvisazione free, ascoltiamo il lento e cupo battito delle ossa che ci invita ad una lunga marcia attraverso il deserto del reale.

Nel disco sentiamo il presagio di un’oscurità e di un declino incombente, quasi inevitabile, ma anche la ricerca disperata di un bagliore di luce e un’ancora di salvezza. Come canta Ragon in Of Amber: “When you’re lost between worlds / He appears / When you’re trapped between gods / He appears” (“Quando sei perso tra i mondi / Egli appare / Quando sei intrappolati tra gli dei / Egli appare“). Non mancano venature psichedeliche e atmosfere decadenti alla The Gun Club, un riferimento sempre importante per la musica dei Cult of Youth. In Sanctuary aleggia il fantasma dei The Birthday Party, per poi montare progressivamente in un sabba noise in cui Ragon ripete ossessivamente “Some of us are scared to death of things the rest ignored” (“Alcuni di noi sono spaventati a morte delle cose che altri ignorano“). In Roses, invece, è l’attitudine alla “Bad Seeds anni ottanta” a prevalere, con un brano che si chiude con le tradizionali urla a squarciagola di Ragon.

Nei giorni finali dell’umanità il disco dei Cult of Youth riesce ad essere un’ottima colonna sonora. Una menzione va all’emblematica cover che presenta una riproduzione di un quadro di Jan Brueghel il Vecchio, pittore fiammingo vissuto a cavallo tra XVI e XVII secolo. Nel dipinto viene mostrata la costruzione della Torre di Babele, l’evento biblico che segnò la fine della lingua comune del genere umano. Il messaggio arriva ben chiaro a chi ha occhi e orecchie per intendere.

 

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