Recensioni

Cresciuti con l’alternative rock dei 90s e costituitisi come band durante il periodo di maggior fioritura del fenomeno emo, i Cymbals Eat Guitars mi sono sempre suonati come il minimo comune denominatore delle loro influenze, con l’aggravante dell’essere piombati sulla scena fuori tempo massimo. Una formazione con buone melodie e arrangiamenti, insomma, da aggiungere all’elenco delle band “carine” di cui il panorama odierno non sente certo la mancanza.
Qualcosa cambia significativamente con questo nuovo lavoro, ma sarebbe ingiusto non ricondurre la maturazione di Joseph D’Agostino e del suo songwriting almeno al precedente Lose, album in cui il cordoglio per la scomparsa di un caro amico sfumava in una rabbia trattenuta, opportunamente infusa in un noise pop grandioso e malinconico.
Forgiato da quell’esperienza, Pretty Yars si presenta come un album profondamente diverso, apparentemente più solare e scanzonato, sebbene poi finisca per essere il disco più profondo ed ambizioso della formazione. A questo punto, infatti, D’Agostino e soci hanno imparato a conferire al loro sound un afflato sinfonico anche quando le melodie (mai a fuoco come in questo caso) vengono sbriciolate dalla carica delle esplosioni chitarristiche. È quanto quanto avviene sin dall’opener Finally, in cui epicità rumorista e pugnace vena blue collar vengono sublimate in un bozzetto psichedelico di grande potenza. Con Have a Heart si inizia a virare verso il cuore estetico dell’album: un alt-pop che fra compassate tastierine vintage e un crooning drammatico come quello di un Robert Smith nevrastenico, impone una decisa sterzata verso una versione appena più cinica dei Cure surreali di The Top e The Head On The Door.
Un riferimento già piuttosto saccheggiato nel corso dello scorso decennio, ma che nel caso dei CEG si combina con una gamma di citazioni da enciclopedia del rock. A colpire nel segno sono soprattutto il funk wave di Wish (forse l’apice del disco), le digressioni motorik di Close e le influenze springsteeniane che emergono un po’ ovunque conferendo profondità ad un album solo apparentemente disimpegnato. In realtà Pretty Years chiude idealmente il discorso con un certo tipo di indie rock (quello perfezionato da etichette come Arts & Craft e Saddle Creek), per iniziarne uno nuovo, che potremmo definire “problematicamente pop” e nel quale i Cymbals si apprestano già da ora a vestire il ruolo di protagonisti.
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