Recensioni

Gli anni Novanta rappresentano un terreno che ancora oggi è oggetto di discussione: c’è chi li considera l’ultima mecca, chi la rovina di tutto, chi un panorama in cui fenomeni reazionari (qualcuno ha detto “grunge”?) erano visti come rivoluzionari, chi fucina delle ultime sperimentazioni realmente coraggiose. Un fatto è certo: sono anni che paiono uno dei pochi luoghi di tregua possibile tra quelli “che l’indie rock è morto” e la nuova fauna “alternative” odierna. In questo alveo si annidano il senso e l’identità dei Cymbals Eat Guitars da Staten Island, con LOSE al terzo disco: anche questo, come il precedente Lenses Alien, prodotto dal rinomato John Agnello.
È, quella di LOSE, musica che avrebbe fatto piacere a qualsiasi procacciatore A&R, in epoca immediatamente post-Nirvana: un suono slacker più raffinato (Superchunk + Feelies), impasto in equilibrio tra potenza e dettaglio, con chitarre che saltano tra il vigoroso, l’acido e il tenue arpeggio, sezioni ritmiche anfetaminiche registrate molto spesso “qua davanti”, dove la levità è resa sofisticata da arrangiamenti ricercati e cambi di passo repentini. Il piano-forte, il canone pixiesiano per antonomasia, che viene shakerato, steso e levigato: reso appetibile per le masse, per capirci. Ed è qui che il processo di adesione/evoluzione rispetto agli anni Novanta si innesta. È musica che però, allo stesso tempo, non avrebbe venduto milioni di dischi nemmeno nei Nineties, proprio come accadde ai Superchunk di cui sopra nell’epoca post-Nirvana di cui sopra. D’altronde, in quei tempi andarono sotto major anche i Melvins (!): un’opportunità si dava anche agli invendibili.
Il disco dei Cymbals Eat Guitars pare una dolce e grassa consolazione: è quello che anni coraggiosi per certo rock chitarristico hanno partorito passando attraverso un tritacarne pop e radiofonico, attraverso le nicchie e il senso di colpa dato dalla coscienza di essere una musica fondamentalmente conservatrice (o di esserlo comunque diventata). Un compromesso che, a chi scrive, pare rispondere ad una domanda: cosa sarebbe successo se l’indie dei Nineties fosse, ad un certo punto, diventato il mainstream? LOSE è il simbolo (o uno dei simboli) di tutto questo, ma la cosa incredibilmente bella è che è anche un disco fantastico. Tutte le chitarre sono al punto giusto, tutti i brani (Jackson in particolare, ma sarebbe un torto etichettare gli altri come episodi minori) hanno qualcosa che si fa ricordare. C’è la struttura stortissima, c’è la melodia aperta e sgargiante che batte i Deerhunter nel loro sport, c’è il particolare strumentale inconsueto o lo sviluppo vocale particolarmente slanciato: Child Bride, per dire, fa pensare addirittura a Townes Van Zandt a braccetto con Graham Parker (o era Micah P. Hinson?), non fosse per il falsetto. Con un canto che soffre ancora di una certa logorrea, ma che rispetto al disco precedente pare avere più sintesi e messa a fuoco.
Una consolazione, dunque, che sintetizza in maniera tutt’altro che torva (come certe consolazioni invece fanno) un percorso ultra-decennale non del gruppo, ma di una musica intera. Che regala emozioni che riescono a venire fuori nonostante il chiacchiericcio dell’hype, lo snobismo, gli occhialoni nerd, e che mette al centro quello che veramente conta: il suono, soltanto e sempre il suono.
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