Deerhunter (US)

Biografia

Georgia, nelle mappe del rock, ha sempre voluto dire una cosa in particolare: R.E.M. Una band che faceva dei propri dischi autentiche incursioni visive, a partire dal nome – legato ai movimenti oculari nel sonno che generano l’attività onirica – fino a brani a volte dai testi incomprensibili (come se fosse tutta una questione di deprivazione sensoriale), agli artwork psichedelici e all’attività di Michael Stipe come regista di videoclip. È impossibile forse cominciare a parlare dei Deerhunter senza pensare alla componente visiva, anche rispetto al moniker che i Nostri si sono scelti, preso da un videogioco.

Immaginate allora alcuni ragazzi di Atlanta, amanti di indie rock, punk e psichedelia, che si guardano attorno nei primi anni Duemila: scrutando, colgono solo band dedite al revival, attualizzato o meno, sia esso post-punk, garage o disco. Nel caso dei Deerhunter, più che di contesto è più plausibile parlare di radici e immaginario: quello visivo, fortemente legato alla psichedelia. Radici che sono, appunto, i R.E.M., mentre l’immaginario è quello indie rock meno allineato, dai Flaming Lips (per i basamenti psych-noise) ai Butthole Surfers (ma senza il gusto per lo sberleffo, né la cattiveria), giù giù fino ai Sixties. Una band figlia di tanti padri, ma con una sola madre: una psichedelia che ha saputo creare una forma di pastiche perfettamente adatto ai tempi della proliferazione della Rete, in cui la confusione è sia programmatica che necessaria. Nella loro definizione, i Deerhunter fanno ambient punk: il particolare atmosferico che diventa gesto a volte aggressivo, a volte romantico. Un’etichetta cappello, per includere chitarre shoegaze, influenze Pink Floyd, pop cristallino, lo-fi e noise, anche se dediti soprattutto all’introspezione.

Si formano nel 2001, i Deerhunter, per volontà del cantante, chitarrista e leader, Bradford Cox, del bassista Paul Harper e del batterista Dan Walton, ma l’incontro decisivo è quello col tastierista Moses Archutela, ai tempi ospite di amici dello stesso Cox. Il gruppo si dedica all’attività live con forti accenti sull’improvvisazione. Subito dopo Paul Harper si trasferisce in Ohio e viene sostituito da Justin Bosworth. È il primo di altri cambiamenti di formazione: si unisce un altro chitarrista, Colin Mee, e Archutela passa alla batteria su suggerimento di Cox. I primi quattro anni sono fatti di rodaggi e, purtroppo, di una morte: quella di Bosworth (incidente in skate), nel 2004. Gli subentra Joshua Fauver.

La dedica dell’esordio lungo dei Deerhunter (prima c’era stato il singolo sette pollici Deerhunter) è proprio per Bosworth. Turn It Up Faggot (2005) esce per Stickfigure, ha un titolo preso da un’incitazione non proprio politicamente corretta fatta da una persona presente in uno dei live della band e vede in copertina una composizione di Cox fatta usando Jared Swilley dei Black Lips come modello. Il suono è quello di una noise band immersa nella nebbia psichedelica: vengono in mente i Liars, ma si sostituisce la componente ritmica con quella rumorosa. Tutt’altro che acerbo, il disco mostra una band che fa della confusione il proprio centro logico, sfruttandolo per dar vita ad un suono tempestoso, in cui pathos non coincide mai con epica.

Dopo due anni, i Deerhunter pubblicano Cryptograms su Kranky. Alla band si è unito un altro chitarrista (in grado di suonare anche strumenti come l’organo), Lockett Pundt. È un innesto che renderà un servizio decisivo alla band, nella definizione di un suono unico, qui ancora in nuce. Cryptograms è, a detta del gruppo stesso, un album la cui lavorazione è stata devastante per difficoltà e tensioni, con la prima parte delle registrazioni effettuata già nel 2005 e poi bloccata. Nella nostra recensione, Antonello Comunale dà conto di questa schizofrenia: “Un lavoro diviso appunto di due parti e la cui linea di spartizione viene segnata dalla traccia ambient intitolata Red Ink. Anche lo stile cambia un po’ tra la prima e la seconda parte, chiarendo la natura schizofrenica del disco. Rispetto all’esordio sono aumentati notevolmente i fumi ambient, che aprono con una Intro tutto il lavoro. Gli attacchi sonici non mancano di certo, ma sono sempre stemperati nel suono, arrivando a ricordare la gloriosa stagione shoegaze ed in special modo gli svolazzi eterei dei primi Ride. Molto più melodica la seconda parte, quella della pacificazione con se stessi. “So I Woke Up” canta Cox nell’apertura di Spring Hall Convert ed è come risvegliarsi da un incubo e ritrovarsi in un sogno ad occhi aperti, che plana morbido come le migliori poesie ovattate degli Slowdive.

Ma il 2007 è anche l’anno dell’EP Fluorescent Grey, sempre per Kranky, in cui una conferma è udibile: l’accento, fin dall’iniziale title track, è britannico, a metà strada tra eleganza pop e shoegaze gentilissimo. I Ride e gli Slowdive di cui sopra sono ancora più interiorizzati e fatti propri. Bradford Cox, poi, proprio nel 2007 pubblica il primo disco (ne seguiranno altri negli anni) del suo progetto solista Atlas Sound.

Il 2008 è invece l’anno di Microcastle: copertina tra il depresso e l’alterato, l’album viene pubblicato da Kranky (mentre 4AD lo distribuisce in Europa) e registrato nel 2007 senza Mee, che rientrerà nei ranghi per il tour europeo. È il disco che certifica un’apparente fine della lotta, nelle coordinate sonore dei Deerhunter, come scriviamo in sede di recensione: “Quel rimanere in bilico tra wave d’impatto e sonorità Kranky oriented, che era la chiave del fascino talvolta impenetrabile del quartetto di Atlanta, è ora solo un pallido ricordo. La diatriba s’è risolta a tutto vantaggio della facile fruibilità e i nostri si sono sbilanciati in area pop shoegaze”.

Fin qui si è capito che la band soffre di una leggera bulimia produttiva: lo testimonia la pubblicazione, sempre nel 2008, di Weird Era Content. La traversata verso i mari del pop pare essere giunta a compimento, almeno in apparenza, visto che c’è sempre qualche elemento bislacco a fare capolino: a volte la voce sommersa, a volte i loop e i riverberi, a volte la batteria troppo in primo piano. Si sente un po’ di ripetizione degli schemi precedenti, ma il risultato è tutto sommato buono.

Nel 2009 Lockett Pundt esordisce con la sua creatura solista (e fascinosamente pop) Lotus Plaza, mentre assieme alla casa madre pubblica l’EP Rainwater Cassette Exchange. È il preludio a quello che potrebbe essere definito il capolavoro della band, ovvero Halcyon Digest. Pubblicato tramite 4AD, è l’ultimo disco con il bassista Joshua Fauver (che verrà di lì a poco sostituito da Josh McKay). Un disco magistrale, in cui il viaggio pop diventa un esperimento elegantissimo, e in cui il songwriting non è più messo in secondo piano rispetto alle stranezze. In fase di recensione, ne parliamo in questi termini: “Oltre alla bontà delle composizioni, spicca un lavoro davvero certosino sul suono delle chitarre che spesso sono sufficienti per dare un’ambientazione precisa a tutto il pezzo. È il caso, per esempio, della citazione byrdsiana di Memory Boy o dell’eco R.E.M. di RevivalDesire Lines si apre come un pezzo degli Arcade Fire, i Deerhunter possono essere accostati per la capacità di entrambe le band di tracciare una proprio strada che unisca il porticciolo protetto dell’indie con il gusto delle masse. Altrove, invece, si deve faticare un po’ di più per entrare nel bosco musicale dei Deerhunter, come nella stratificata Helicopter che si chiude con un falsetto fragile e intenso di cui non si pensava fosse nelle corde di Cox, o nella cerebrale Earthquake, che posta a inizio scaletta sembra quasi un manifesto: ritmo blando, scandito da percussioni parsimoniose, ma secche come colpi di frusta e chitarre ipnotiche. […]Un disco apparentemente semplice per l’immediatezza che contraddistingue la maggior parte degli episodi, ma in realtà ricavato da una stratificazione di idee e suoni che lo fa crescere ad ogni ascolto. La dimostrazione che semplice e semplicistico non sono sinonimi”.

 Il disco diventa un piccolo culto, e quando la band pubblica il seguito (Monomania, 2013), il risultato è spiazzante. Alla sfasatura sonora psych si aggiunge in maniera sempre più invadente il garage, che seppellisce (senza cancellare) la vena melodica della band (cui ora si è aggiunto il chitarrista Frankie Broyles). Monomania viene da noi descritto così: “in un mondo in cui il sintetico digitale sembra spesso avere il sopravvento creativo sulle sei corde, Bradford Cox e i suoi Deerhunter hanno saputo creare un suono ibrido, figlio tanto della migliore stagione del rock acido e psichedelico quanto della capacità di manipolare e rimanipolare ogni dettaglio; un suono che non esaurisce la propria spinta nel guardare al passato ma riesce a essere contemporaneamente di oggi e di domani. E qui tutto questo è reso al meglio e con la massima maturità”. 

Dopo il 2013, la band gira ancora in tour e Bradford Cox regala uno spavento ai fan, quando resta vittima di un incidente da cui uscirà per fortuna senza conseguenze.
Dopo due anni esce Fading Frontier, frutto tra i più compiuti della produzione Deerhunter. Pubblicato da 4AD, è un ritorno alle atmosfere di Halcyon Digest. Nella nostra recensione parliamo di un gruppo che ormai percorre “la strada di un’autenticità spiccata che regala brani mai uguali ai precedenti (a parte l’iniziale All The Same, classica cavalcata Deerhunter meno psych e più pop), pur essendo riconoscibile nella sua matrice. Il carattere deciso, invece, viene fuori dal modo sorprendente in cui la band cambia pelle nella continuità, ma sempre prendendo elementi da dentro il rock: non ci sono influenze derivanti dall’elettronica sperimentale o dalla musica africana, dal jazz o dalla classica. Il coefficiente esogeno è bassissimo. In tutto questo, la vera maestria è creare brani mai manichei: non esiste praticamente bianco e nero, nelle canzoni dei Deerhunter, anche quando si spinge sull’emotività (Ad Astra) o quando si fa un piccolo inno alla vita, come in Living My Life”.

Dopo l’uscita del disco la band dà vita al classico tour di promozione, che tocca anche l’Italia. L’ennesima tappa di un percorso in cui la musica è vissuta come una monomania che riempie la vita dei musicisti e, a volte, anche degli ascoltatori che hanno orecchie per sentire.

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