Recensioni

Più o meno da Rococo’ in poi, disco del 2014 che per certi versi aggiornava il bianco e nero post-punk-noise de Il Derubato che sorride in un technicolor capace di intrecciare con grande creatività attitudine lisergica, pop, prog, rock, canzone e mille altri riferimenti, i Dadamatto hanno ingranato la quinta. Non che prima non fossero una band notevole, ma da quel disco in avanti i Nostri hanno cominciato a dare libero sfogo a un modo di fare musica totalmente libero e poco incline alle facili classificazioni.
Accade anche in Canneto, che dell’album citato in apertura è forse la versione più essenziale e pragmatica, seppur ancora capace di svalvolate psichedeliche da manuale, come ad esempio nel brano Zanzare, e in generale alfiere di una buona ricchezza timbrica. C’è poi l’aspetto ideologico della faccenda a farci stare ancora più simpatici questi marchigiani con ormai undici anni di carriera e quattro album sul groppone: Canneto esce come autoproduzione, nonostante il gruppo avesse inciso l’album precedente con un’etichetta di peso come La Tempesta. Vogliamo vederla come una scelta di campo e non come una necessità, anche considerando certe dichiarazioni dei musicisti a proposito della svolta indie-pop-mainstream di alcune realtà indipendenti e della necessità di mantenersi creativi e fuori da certi schemi. Certo è che testi come «Ascoltami. So di un canneto dove non c’è nessuno che ci consegnerà all’eternità della storia. Senza gloria. Senza pietà. Buona domenica a te che credi alla celebrità» o «Tutti i treni che passano li saluto con la mano. E non ho voglia di lavorare se penso a quello che mi danno. Stammi lontano che sono un vulcano nato per esplodere sul divano. Con le mani in mano» la dicono lunga sul punto di vista dei Dadamatto sulla vita (e metteteci pure quella copertina che ci piace leggere come una citazione voluta degli Slint di Spiderland).
Musicalmente Canneto è un origami perfezionista in cui si riconoscono pieghe melodiche in stile Deerhoof, ma anche l’energia di certi Battles mediata da un’attitudine alla scrittura che sembra richiamare persino gli Who nel beat e nelle armonie vocali, ad esempio nell’ottima Vulcano o in una Impero che recita: «Sia per la trasgressione. Che per l’innovazione. E per la creazione. Non c’è più spazio, perché sono finite le cose da dire. Prediligo la nozione di metamorfosi a quella di rivoluzione». Ci vuole più di un ascolto per sintonizzarsi a dovere, ma il disco regge sulla distanza ed è l’ennesima riconferma di come i Dadamatto rappresentino una delle formazioni italiane musicalmente più intelligenti e trasversali. La loro “sfortuna” è pensare troppo alla sostanza musicale e poco ad ammiccare a mode momentanee tarate sui gusti di ventenni nati vecchi. Del resto è anche per questo che ci piacciono.
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