Recensioni

7.2

I dälek, così come i più recenti Death Grips, sono sempre stati un’entità inclassificabile nel mondo hip hop. Sulla stessa appartenenza al genere si potrebbe discutere, anche se lo stesso MC dälek non ha mai avuto dubbi a riguardo: a suo dire il “core” della questione starebbe nella mancata coincidenza tra ciò che l’hip hop è in realtà e ciò che invece viene abitualmente identificato dalla gente come tale. Afrika Bambaataa ha avuto i Kraftwerk e la Yellow Magic Orchestra, e i dälek vengono esattamente da lì, da quell’approccio e da quella curiosità. E allora il noise, lo shoegaze, il drone e il post metal sempre hip hop sono, perchè hip hop diventano: «You can try to rationalize it as whatever you want to rationalize it as». Mettere al servizio dell’hip hop generi che hip hop non sono è esso stesso hip hop, e quindi i dälek sono hip hop «in the purest sense».

Il ragionamento fila, ma loro rimangono comunque sempre su quella linea di confine, perchè questo non è l’hip hop che ti aspetteresti di sentire. Non sorprende quindi che tanti dei precedenti lavori del gruppo siano usciti per la Ipecac del buon Mike Patton, uno insomma che di ibridazioni si intende. Anche se questo ritorno dopo ben cinque anni di stop esce per Profound Lore, label specializzata in uscite metal che conta nel proprio roster esperienze tra le più disparate – dal black metal macchiato di folk degli Agalloch agli indefinibili estremismi degli oscurissimi Portal, fino a Prurient. Asphalt for Eden suona esattamente come dovrebbero suonare i dälek nel 2016: solido e compatto (sette tracce, tutte sopra i quattro minuti), procede plumbeo e limaccioso tra beat squisitamente hip hop annegati in un pantano di riverberi chitarristici che ancora, e più del solito, pescano dallo shoegaze dei sempre ammirati My Bloody Valentine.

A livello tematico il disco si muove invece su orizzonti distopici e orwelliani – come dei Public Enemy post-tutto – che inneggiano alla consueta rivolta contro il sistema ma con ormai troppa consapevolezza per poterci credere davvero. È ormai finito il tempo del Fight the Power e del Power to the People: questo è un hip hop che sembra muoversi più dalle brutali parti di una Fatima Al Qadiri, e anche se le passate vette qualitative di un Absence rimangono insuperate (ma sarebbe stato davvero arduo replicare), questo è un ritorno ottimo e di cui si sentiva davvero il bisogno.

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