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7.7

Non ci sono parole nella lingua inglese per definire il desiderio di scomparire. Né per la tensione inquietante di un temporale che incombe. Non ci sono parole per il malinconico presentimento del primo segno d’autunno. Non ci sono sempre le parole atte a spiegare tutto. E verrebbe da pensare che sia pure bello così, lo scoperto, il sospeso, lo sconosciuto. Se non che nel 2006 John Koening, studente americano, matura l’idea di poter riempire tutti i buchi rimasti nel linguaggio, e dar loro un nome. Nasce così The Dictionary of Obscure Sorrow (Il Dizionario delle Tristezze Oscure), un vocabolario per quelle emozioni, spesso e volentieri tristi o malinconiche che mancano di una definizione. Koening ha dato così vita a parole nuove che mirano a colmare lacune linguistiche, restituendo il nome ai dolori e rimpianti del nostro tempo; anche riuscire a definire un suono senza che questo abbia mai rilasciato una dichiarazione d’indipendenza, non sembra cosa semplice. Con la musica di Daniel Blumberg succede proprio questo: il visconte vulnerabile della scena inglese riesce ad alludere ad altri mondi musicali pur costruendone uno assolutamente personale, quasi una capacità mimetica che decostruisce un’urgenza compositiva che si fa cura nello stesso attimo in cui viene creata.

Se con Minus aveva intercettato alla perfezione il gusto degli amanti del cantautorato scarno, dell’ossessione jazzistica, degli abissi spettrali di wyattiana memoria, oggi quel volto emaciato e novecentesco, torna ancora più imprevedibile, nevrotico e melodioso di prima con On&On che si fa dolcezza antica e rifugio di inquietudini impossibili.

Potendo contare nuovamente sulla produzione di Peter Walsh, re Mida del suono, e su una squadra consolidata e maestosa formata da Ute Kanngiesser al violoncello, Billy Steiger al violino, Tom Wheatley al contrabbasso, Jim White alle percussioni per finire con l’elettronica selvaggia e autotunizzata di Elvin Brandhi, il disco spinge l’arte della canzone in nuovi territori espansivi, consolidando la ricerca di un’estetica decostruita basata profondamente sul’’intersezione tra le strutture musicali convenzionali e l’improvvisazione anarchica. Blumberg si proietta oltre, e incorpora motivi ricorrenti e mutevoli dissolvendo del tutto i confini tra i brani; distorce, reitera, annichilisce la malinconia, e per sottrazione aggiunge bellezza al nervo scoperto, al fantasma avviluppato dentro e fuori le cose. Le canzoni diventano altro, non hanno coordinate, inizio o fine. Il suono che si fa vulnerabilità sfacciata e salmodiante, continua a scorrere, senza mai rivelare la propria origine, e senza aspettare il momento propizio, I didn’t expect the love to be strong and go on and on and on and on.

È un mondo di corde sfibrate e porte che sbattono, di raschiature e archi stridenti, di graffi e sonagli che plasmano un suono dalla fisicità febbrile in cui l’armonica si piega a una delicatezza che distrugge e al tempo stesso consolida l’estetica della forma canzone sviluppata in questi anni dall’inglese, una forma che non esiste ma opera all’intersezione tra le strutture musicali convenzionali e l’improvvisazione libera. Si dissolvono del tutto i confini tra le canzoni, e qui manca un nome per definire ciò che fa Blumberg. Sono solo canzoni? Sono più dei nigun lo-fi? Sono semplicemente sperimentazioni jazz à la Tortoise?

La title track che si ripete quattro volte accrescendo il suo moto circolare disegna un fil rouge lungo tutto il disco, in cui il metodo di esecuzione diviene focale quanto l’idea stessa, con la band che abbraccia sessioni live free-play come un esercizio di fiducia e tecnica, testando gli arti dei loro strumenti fino a piegarli prima di soccombere alle crepe bluesy di Sidestep Summer, che sopraggiunge senza annunci o pause. Il filo si dipana senza sosta nel nervosismo armonico di armonica, violino e violoncello su On&On&On, sospesa in un limbo inebriante. Ciò che le sta attorno – quel rumorismo neorealista fra archi e porte che sbattono – fa pensare a una metamorfosi convulsa e metallica. Le vene country (presenti anche nella dylaniana e dilaniata esplorazione delle dinamiche tossiche in Teethgritter) bramano la melodia di Bound mentre le corde naufragano nel canto claustrofobico e astratto di Silence Breaker, un mistero attorcigliato nel suono di un liuto cretese trovato per caso nello studio di registrazione. Un’inquietudine tecnicamente geniale ed emotivamente alienata, un’epicità che si stacca dal terreno se non per onorare – forse inconsapevolmente – la sparizione nella bruma di Mark Hollis.

Nel momento in cui si ascolta quello che realmente accade nella partitura, emerge in modo totale come il londinese conosca totalmente il dna della propria musica, dove ogni singola misura è originalissima e incredibilmente bella. In questo disco Blumberg trasforma le proprie fragilità in forza espressiva; è strabiliante il pathos contemporaneo che rifulge negli incastri mai disarmonici degli arrangiamenti quasi cameristici dei brani. Il cantato dolente e profondo si libera nei nove notturni che compongono On&On fino a disvelarsi nelle ossa rotte, nella carne in brandelli, nudi e insaguinati come quando veniamo al mondo, ma senza una madre accanto. Se, come ha dimostrato Koening, la lingua spesso non basta per esprimere l’essere umano nella sua totalità, anche il suono di Blumberg sembra fluttuare in una sospensione intellettuale ed emotiva. Suoni che non si possono spiegare, solo sentire.

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