Mark Hollis: la sparizione come percorso

E così se n’è andato, dopo una “breve malattia”, Mark David Hollis, classe 1955 da Tottenham. Dopo la sua vita, anche la sua morte ha rappresentato un mezzo di contrasto formidabile riguardo allo stato delle cose ai tempi dell’iperconnessione social. Sappiamo com’è andata: Hollis pubblicò quel bellissimo, eponimo e invisibile album solista, anno 1998, quindi scomparve, scelse la famiglia, l’implosione nella quotidianità ad altezza d’uomo. A parte qualche sparuta collaborazione e contributi poco pubblicizzati – l’ultimo risale al 2012, una breve composizione per la OST della serie TV Boss – di lui non si seppe più nulla.

Agli esordi in area punk da ventenne o poco più (con la band The Reaction) seguì il botto clamoroso targato Talk Talk, coi quali spinse l’ebbrezza post punk su territori blues e diversamente neo-psichedelici, ottenendone una formula pop tanto strutturata quanto irresistibile. Tanto vale ribadirlo: nel 1984 le loro canzoni – soprattutto It’s My Life e Such A Shame, ma anche Dum Dum Girl e Renée se la cavarono niente male – furono degli autentici tormentoni, l’album It’s My Life piazzò milioni di copie e i Talk Talk venivano indicati unanimemente come il nuovo fenomeno del pop-rock britannico. Era un’epoca che premiava moltissimo chi azzeccava la formula giusta, gli “one hit wonder” si sprecavano (il videoclip – che proprio in quel periodo si imponeva determinando nuovi standard espressivi e promozionali – rappresentò un additivo formidabile, moltiplicando l’appeal dei pezzi più indovinati) ed era frequente imbattersi in autentiche agiografie usa e getta che vaticinavano per l’artista o la band di turno prospettive trionfali di lungo respiro.

Fu così ovviamente anche per i Talk Talk e per Mark Hollis in particolare, il quale – forse anche per l’affilatura british dei lineamenti, per l’angolazione arguta e sfuggente delle dichiarazioni – da più parti veniva indicato come “il nuovo John Lennon“. Un’esagerazione, un equivoco, entrambe le cose, o forse no: fatto sta che col successivo The Colour Of Spring (1986) la calligrafia della band sembrò raccogliersi e precipitare, tracciando strutture anomale e inseguendo sviluppi melodici, armonici e timbrici particolarissimi. C’era sempre stato nella loro musica una sorta di “presenza misteriosa”, una fauna sonora che alludeva a un esotismo immanente, alieno alle consuetudini del pop, e che trovava puntuale riflesso nelle illustrazioni di copertina affidate al surrealismo primitivista e naïf di James Marsh. Nel nuovo album queste suggestioni diventavano rotta e prospettiva, coagulando comunque in almeno due singoli molto riusciti (Living In Another World e Life’s What You Make It), ma anticipando di fatto (si senta Chamaleon Day) la sconcertante e meravigliosa astrazione strutturale dei lavori successivi.

Non stiamo qui a dire altro su Spirit Of Eden (1988) e Laughing Stock (1991), se non che quel loro smarcarsi dalle pianificazioni formali del pop-rock per recuperare una dimensione totalmente espressiva – di suono mimetico, atmosferico e concreto, in direzione della suggestione pura, primordiale – rendeva la proposta non più funzionale ma addirittura conflittuale rispetto al meccanismo “radiofonico” (ma ormai multimediale) di cui erano comunque stati protagonisti. La querelle con la EMI, che li liquidò pubblicando una raccolta di remix non autorizzata, determinò la cesura definitiva. I Talk Talk smisero di esistere, potremmo dire, per disgusto. Hollis sembrò non volere più avere nulla a che spartire con un ambiente che non tollerava, di fatto, la sua genialità. Paul Webb – futuro Rustin Man – e Lee Harris, forse perché più giovani ed entusiasti (sono entrambi del ’62), avviarono invece il progetto .O.Rang, dalle spiccate influenze kraut e world che li ponevano, in quei primi anni Novanta, in piena area post-rock.

Inatteso e pressoché invisibile giunse quindi l’album solista di Mark Hollis, marchiato Polydor e inciso assieme a una pletora di musicisti di estrazione jazz e classica, più strumentisti di vaglia come il batterista Martin Ditchman e l’armonicista Mark Feltham. Un disco che sembra la prosecuzione del silenzio sotto altra forma, elegge il silenzio a fondamenta di un accadere sonoro che proprio come momentanea negazione di quello si definisce e acquista senso. Non a caso all’inizio e alla fine del programma quello che sentiamo è proprio il silenzio, come una camera di decompressione, la discontinuità (la frattura?) tra il rumore del mondo e il suono dell’espressione. In ragione di questo, la successiva sparizione di Mark Hollis appare del tutto coerente e conseguente, è il naturale compimento di un percorso artistico che aveva raggiunto la sua essenza, l’obiettivo. Poco a che vedere con il sottrarsi sdegnoso di uno Scott Walker, con l’implosione perlopiù patologica di un Syd Barrett o con le parentesi “esistenziali” di John Lennon e Leonard Cohen, neppure – scavalcando lo steccato delle discipline espressive – con l’isolazionismo misantropico di J.D. Salinger. Per quanto la prospettiva di un suo nuovo lavoro rappresentasse uno dei miei più grandi sogni di vecchio appassionato, ho sempre pensato che il percorso artistico di Mark Hollis trovasse pieno compimento nella sua assenza, col suo vaporizzarsi nella più invisibile e silenziosa normalità.

Le reazioni social alla notizia della sua morte hanno in qualche modo confermato questa mia convinzione. Se il concetto di “filter bubble” ha un senso, tra il 25 e il 27 febbraio 2019 si è dispiegato in pieno: ho vissuto ore in un “ambiente” scosso dalla notizia e grato a Hollis per le meraviglie musicali di cui è stato artefice, dalla fase più pop a quella più astratta, viste come un percorso che abbiamo avuto il privilegio di attraversare, di vivere. Scrivo “abbiamo” perché si è definita in quelle ore una vera e propria comunità, come poche altre volte è accaduto: per la morte di Lou Reed e David Bowie, certo, anche se in quei casi si trattava di un fenomeni molto più “collettivi”, troppo per tracciare un perimetro. Simile è stata però la differenza di percezione del tragico evento tra gli appassionati e il “vasto pubblico”, quest’ultimo pasturato dai media generalisti. Nel caso di Hollis, la differenza è stata evidentissima: sulle homepage dei grandi quotidiani – e nei TG – la notizia non ha avuto molto spazio, ma quando lo ha fatto Hollis è stato ricordato sostanzialmente come “quello di Such A Shame“.

C’è stato anche chi, attraverso un post su un blog che dovrebbe occuparsi di musica sulla piattaforma di un grande gruppo editoriale (una sorta di “specializzazione generalista”, se mi consentite l’ossimoro), ha rubricato le reazioni social alla morte di Hollis come una sorta di nostalgia per gli anni Ottanta, per quel “benessere di welfare diffuso e percepibile (che) si univa alle inquietudini adolescenziali e al destino che si spalancava davanti, con tutte le sue incognite e improbabilità”, ignorando di fatto il formidabile percorso musicale di cui sopra, che per l’autore del blog si ferma evidentemente a It’s My Life. Un po’ come se ragionassimo della nostalgia per i Beatles senza prendere in considerazione la loro discografia da Revolver in avanti: il che equivale a fingere di parlare di musica tenendo fuori dal discorso, guarda un po’, la musica.

Proprio questo, credo, è l’aspetto più amaro – dopo ovviamente la morte di Mark Hollis – che quest’ultima, triste perdita ci lascia in consegna: il web, inteso come quel modello che sembrava destinato a rendere disponibili informazioni, risorse e sapere, nel suo sviluppo social – ostaggio del clickbait sensazionalistico, del memificio riduzionista e dei cecchini delle fake news – si rivela refrattario all’approfondimento, alle manifestazioni dell’espressione che implichino un grado minimo di complessità, quindi forse alla bellezza tout court. Stiamo parlando in sostanza delle stesse motivazioni alla base della “sparizione” ventennale di Mark Hollis, l’oggetto stesso al centro di quel discorso espressivo che ha coinciso con la sua assenza, con essa compiendosi. E a cui la sua morte, maledettamente repentina e prematura, ha posto quel suggello definitivo che ci ha obbligati a chiudere cerchi, sensazioni, pensieri.

Per tutto ciò, ascoltare e riascoltare la sua musica, oggi e nei giorni che verranno, assomiglia più a una presa di coscienza che all’elaborazione di un lutto.

27 Febbraio 2019
27 Febbraio 2019
Leggi tutto
Precedente
“Assenza, confusione e crescita”. Intervista ai Gomma Gomma – Sacrosanto - “Assenza, confusione e crescita”. Intervista ai Gomma
Successivo
FLOW #122 – Notte di Luna piena FLOW #122 – Notte di Luna piena

news

news

recensione

recensione

artista

artista

Altre notizie suggerite