• Giu
    07
    2019

Album

Autoprodotto

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La musicista italiana Daniela Savoldi pubblica il suo secondo album Ragnatele offrendo una prospettiva decisamente nuova e dannatamente bella su ciò che si pensa (sbagliando) della musica neoclassica. I movimenti strumentali della violoncellista si spingono ben oltre quella brillante tecnica – già dimostrata negli anni – di imprigionare i suoni del suo strumento all’interno di loop disperati: la musica, entità organica completa, vive e brucia nell’impatto emotivo che la porta a muoversi lontano, oltre l’insinuarsi della velocità elettronica.

Lo slancio intenso di note che hanno vita propria, che danzano nel tourbillon dell’anima senza interrompere il loro flusso d’amore: è la stessa enfasi che si prova la prima volta che si entra nel mondo di Daniela Savoldi, alchimista del suono, che solca onde di malinconie e sorrisi. L’artista bresciana si diverte con l’elettronica – essenziale integrazione nella sua ricerca musicale – inserita con grazia nei paesaggi sonori dal respiro classico. Dopo l’ottimo album di debutto del 2016 Trasformazioni, oggi la musicista è tornata con sei nuove tracce che danno vita a Ragnatele. Un impasto riuscitissimo che mescola la grazia sospesa dei fraseggi cristallini à la Ólafur Arnalds con il minimalismo concreto di Julia Kent. Una musicista atipica che si diverte nel far coesistere mondi fra loro lontani e focalizzandosi su ritmi e flussi sonori. In questo nuovo lavoro, l’inclinazione della Savoldi si fa liquida e aurea, in bilico fra penduli elettronici e sorrisi di mezzi droning a cavallo di ritmi solari.

Nell’opener Ragnatele la portata del violoncello si sposa a un’elettronica cristallina e tremante in quello che suona come un placido abbandono in mezzo a sirene sintetizzate. In Improvviso il suono corre, abbracciando aperture che ricordano le meraviglie strumentali di Sebastian Plano, mentre orme e sfumature tipiche del passato regalano brividi astrali. La grazia di Space che si adagia sulle lievi stoccate di violoncello, contrasta la drammaticità di Storia di un attentato, che si fa sempre più incalzante, seppur orfana di loop, fino a raggiungere il violoncello leggiadro di Dada: un impulso lento e pizzicato, capace di commuovere e raccontare un’immagine che si fissa nella nostra memoria, una fotografia di essenzialità e bellezza, un contrasto di grazia trafitta e struggente elettronica. Fluisce nel candore di un sogno la fisicità del violoncello eccitato di Modulatori, con quell’architettura sonora di loop station e violoncello che dà vita a un equinozio di suoni e colori, di note ostinate ed eleganti.

Sembra di poter toccare il vento, la pioggia, tutte le cose cadute sul mondo, disperse nell’aria, in questa commistione di classico e moderno che si lascia plasmare da immagini melodiose e irreali, mentre gli effetti – sempre in equilibrio fra loro – applicati al corpo-violoncello si fanno pura poesia. Se è vero che il corpus del disco resta il violoncello e il suo suono inesorabile, è altrettanto fondamentale l’apporto dato da quella tela di piccole e fragili avanguardie sonore che cambiano la luce con cui osservare quello stesso suono. Un attimo di magia, e la ragnatela si è disfatta.

12 Giugno 2019
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