Recensioni

Discostarsi dai problemi di tutti i giorni per cantare di cose che non cambiano mai, come l’incertezza, l’amore, i sogni, le preoccupazioni. Questo dovrebbe essere “il mestiere” del cantautore: per farsi ricordare, scrivere canzoni che resistono al tempo. Ed è anche il tentativo che fa Silvestri con questo nuovo album, che rispetto a quelli di vent’anni fa (ricordate l’esordio omonimo del 1994?) è molto più prodotto, più pulito, meno improvvisato, ma non per questo manca di “suono suonato”, di anima e sangue. Il tempo ha aggiunto la professionalità, la patina della pulizia e della buona gestione dello studio, che potrebbe ricordare il lavoro di Riccardo Sinigallia, se non altro anche per la trama vocale e per il timbro della voce, a tratti ruvido ma in qualche istante limpidissimo e ispirato.
Silvestri parla di libertà su chitarre meditative tagliate con qualche puntina di elettronica (Acrobati), chiama a cantare qualche bravo allievo della nuova ondata di cantautorato (Diodato in Pochi giorni e Alla fine, il bassista degli Afterhours, Dellera, che fa il verso ai Pulp in Un altro bicchiere e che canta in Spengo la luce) e qualche artista da più tempo in attività (Diego Mancino in L’orologio). Se in Jovanotti c’è la voglia di esplodere e di farsi ricordare con motivi immediati, qui si resta sempre quasi in sordina, si mantiene un atteggiamento ancora “esplorativo” nei confronti della musica. Quasi come se ci fosse una specie di timore a mostrarsi, una timidezza e una reverenza nei confronti del sacro pantheon del pop, caratteristica che è la carta più interessante del personaggio Silvestri.
La produzione è pressoché perfetta, il disco viaggia senza sbavature, a cavallo fra indie rock e cantautorato classico, lasciando per fortuna al passato la vena “combat” (vedi La mia routine). L’unica pecca è che manca la hit, il singolo che “buca la radio”, come era successo qualche anno fa con Salirò (un candidato che si avvicina è la collaborazione con Caparezza La guerra del sale o quella con Funky Pushertz in Bio-Boogie). Per il resto, un buon prodotto, degno di un cantautore ormai all’apice della carriera.
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