Recensioni

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Tre anni fa avevamo lasciato il cantautore romano sospeso in una sorta di allontanamento dal mondo per dedicarsi a un pugno di canzoni che servissero a dare una prospettiva poetica sul contemporaneo. Nasceva così Acrobati, disco che segnava – se ce ne fosse stato ancora bisogno – l’alta caratura che aveva oramai raggiunto Daniele Silvestri nel panorama del cantautorato italiano. Quegli acrobati oggi hanno lasciato il filo sospeso della loro arte per poggiare stabilmente i piedi a terra, in una necessità – sono dichiarazioni sue – di concretezza, di tornare a sporcarsi le mani, di avere una prospettiva più politica di solo qualche anno fa. Lo testimonia esplicitamente un brano come Tempi modesti (con il featuring di Davide Shorty), che fin dal titolo dà la misura dell’opinione che l’uomo con il megafono ha dei nostri giorni. Ma la critica sociale si ritrova anche in altri episodi: riflessioni sull’odio facile da tastiera (Complimenti ingnoranti), il difficile rapporto tra le generazioni nella sanremese Argentovivo, l’omofobia che si intrufola anche in una storia semplice (Gino e l’alfetta). Una politica, quindi, non direttamente da partito, ma movimentista, da strada, con la terra sotto i piedi – appunto – di chi vede cosa non va nella nostra società e lo racconta/denuncia con l’acume e l’ironia a cui ci ha abituato in questi venticinque anni di carriera.

Il la all’album lo dà una briosa Qualcosa cambia, che testimonia come nonostante i tempi siano bui, Silvestri rimanga ottimista. La levità con cui ha saputo mettere insieme storie in musica torna a farsi sentire in brani radiofonici come Tutti matti o Blitz gerontoiatrico, in cui da cinquantenne qual è si confronta con i giovanissimi della trap. Ma a colpire rispetto al precedente Acrobati è il fatto che La terra sotto i piedi sia un disco molto più suonato. È un discorso che non vale solo per la presenza di musicisti di vaglia come Fabio Rondanini (la rutilante batteria di Argentovivo), ma perché si ha l’impressione che Silvestri e la sua band si siano divertiti a suonare insieme e a tirare fuori soluzioni musicali che spaziano dalla bossanova (vecchio amore del cantautore), elettronica educata, rock e pop di grande presa, ma con un’anima precisa, riconoscibile. Senza tralasciare alcuni linguaggi apparentemente lontani come rap e trap (ma a ben vedere Caparezza era già nella lista dei collaboratori di Acrobati). Per trovare l’amalgama giusto, Silvestri e i suoi musicisti si sono ritirati per qualche tempo in un luogo molto amato dal cantautore, l’isola di Favignana, dove hanno suonato e registrato (ce n’è testimonianza negli intermezzi parlati che sono rimasti volutamente nell’album). C’è affiatamento – e si sente – anche se poi, come era forse ovvio aspettarsi per un disco di Silvestri, il lavoro di post-produzione è stato importante, pur senza stravolgere, ma cesellando e limando.

Che dire quindi? Il disco è prodotto magnificamente, un lavoro curato nei minimi dettagli e Silvestri non ha perso la vena cantautorale raffinata e personale che lo contraddistingue e lo rende riconoscibile tra gli artisti della sua generazione. C’erano probabilmente molte cose da dire, ma forse avremmo preferito una concisione maggiore, sebbene delle 14 canzoni proposte in scaletta non sia facile individuare quale sarebbe stato meglio lasciare fuori. Forse nessuna, ma probabilmente perché manca anche il guizzo di una canzone che vada oltre la – seppur alta – media della produzione di Silvestri. Certo, gli va riconosciuto il pregio non banale di provare – e riuscire – a parlare di temi complessi pur restando un cantautore fondamentalmente popolare. Sì, insomma, è lontano mille miglia da pruriti giovanilistici, intellettualismi eccessivamente snob e pose da aristocratico decaduto di altri suoi colleghi. Riesce a parlare tanto al popolo di Sanremo quando a chi lo schifa, senza perdere mai in qualità. Non è impresa da poco.

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