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Da almeno otto anni il nome di Daniel Victor Snaith non è più associato alla sola premiata ditta Caribou. Dal 2009, sotto Daphni, il producer e compositore canadese si è dedicato anche a remix, edit, dj set per gli after show dei concerti del gruppo, fino alla pubblicazione dell’album Jiaolong. Seguendo la prassi applicata da Four Tet con Pink, quel lavoro, pubblicato nel 2012 e prodotto grazie all’utilizzo di un sintetizzatore modulare autocostruito, funzionava da raccolta (con l’aggiunta di inediti) e portava sul tradizionale formato album lo spirito e l’ipnosi del club dal lato di fascinazioni africane e looping spartano. E quella formula è sostanzialmente quello che ritroviamo, ampliata ed aggiornata, in quest’ultima pubblicazione, che risponde al numero 93 della serie di missati (lato live) del Fabric.

L’obiettivo di Snaith è ambizioso, ed è chiaro come il sole che questo missato funziona per lui come patentino legittimante in un mondo che non lo ha ancora accettato completamente nel ruolo di dj / producer. In scaletta troviamo 23 tracce autografe, oltre a 4 inediti, sempre suoi. Come era accaduto prima solo con Omar S e Shackleton, parliamo di un formato album che è in verità un formato d’esperienza dancefloor, ed anche uno showcase tagliato per gli slot dei festival internazionali. Tra le influenze troviamo il catalogo Motown che, ne siamo sicuri, in casa Caribou / Daphni non è mai mancato, ma anche una serie di compilation world music, pezzi di garage old school e naturalmente un bagaglio di idee ed esperienze oniriche che attinge dall’esperienza con la band.

Le intenzioni per portare a casa una buona selezione riconducibile all’universo house (senza farsi mancare classici disco e funky), a giudicare dal lato tecnico e dalla fluidità dei passaggi, c’erano, ma si sono fermate all’essenza, al fulcro di molte delle tracce prodotte e inserite. Daphni si cimenta in rivisitazioni retromaniache disco-funky anni Settanta (You Can Be A Star e vs), le chitarrine mettono di buon umore ma non bastano a far quadrare i conti di una produzione non sempre all’altezza, funziona senz’altro il basso slap nell’apertura o la funky-house di Ring Tian ma, va detto, niente per cui strapparsi i capelli. Anzi, a dirla tutta, le tastiere etniche (Ten Thousan) e i synth con arpeggiatori indianeggianti (Always There) suonano un po’ banalotti, così come deboli sono anche gli episodi che pescano dai 90s (Joli Mai e FlyAway) fatti di una garage o spaghetti-house senza mordente.

Snaith fa il suo (e bene) nelle parti ipnotiche e oniriche, dove cioè l’introspezione elettronica che contraddistingue Caribou emerge di più. Ma forse non dovrebbe essere questo l’obiettivo di una puntata del fabriclive finalizzata a far ballare e/o far (ri)vivere il club nella sua forma qualitativamente più alta. Tracce come Medellin (con quegli incastri tra groove, vocal e snare) o Poly (dalle colte astrazioni spaziali à la Floating Points), fino alle soffici carezze su arpeggi nervosi di Tin, spiccano per rapimento mentale, ma non trascinano euforici sotto cassa. In pratica, è un ideale mix da autoradio, e non è tutto oro.

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