Recensioni

L’ultimo D’iO era auto-riflessivo sin dal titolo, quasi un compendio riassuntivo di quanto (di buono) fatto fin lì all’interno di una carriera che nel panorama hip hop italico – con tutti i dovuti distinguo del caso, ma a livello di macro-calderone lì siamo e rimaniamo – è da subito stata di rottura, ma in punta di piedi. Dargen resta un’entità avulsa e a debita distanza da qualsivoglia facile stereotipo del settore: è una lontananza che si pone a metà strada tanto dalle posticce pose machiste spesso identificate col cliché più rappresentat(iv)o di questo particolare mondo, quanto dalle arie più impegnate e seriose del cantautorappuso verboso ed ossequioso verso una tradizione nobile, storica e storicizzata, ma forse un pochino ingessata quando adattata a certi ambiti.
Un approccio più alt(r)o alla scrittura rap può declinarsi in diversissime modalità, dove il suggestivo binomio hip hop-letteratura è solo una delle tante strade percorribili. E se i punti di contatto con un mostro sacro della scena come Murubutu – vedi il meraviglioso featuring Levante, dove compare anche Ghemon – sono tanti e calzanti, la via di Dargen si pone comunque su un livello diverso (e non necessariamente peggiore o migliore). Rimangono, nella sua produzione più recente, un disco estivo e bal(n)earico (Vivere Aiuta a non Morire) che flirta con danzerecce derive trash e mainstream, con episodi come Bocciofili che spingono la cosa verso una dimensione anche solo numericamente impensabile per il professor Mariani e il suo collettivo reggiano, e un saggio retrospettico più pensoso come D’iO.
A due anni da quell’episodio arriva ora Variazioni, distribuito sempre dalla sua Giada Mesi e corredato dalla ormai immancabile presenza di orpelli accessori (nella fattispecie, occhiali da sole e un primo libro dello stesso Dargen). La parola chiave qui è “rivisitazione”, in una consapevole continuità con la già detta auto-riflessione. Come già era stato in passato per Balerasteppin, l’idea alla base è ancora quella del riciclo come unica via possibile: dei classici della tradizione italiana allora, in un paradossale divertissement ignorante ma filologicamente corretto e rispettoso, e del suo stesso repertorio ora. Con la collaborazione di Isabella Turso al pianoforte, il disco è infatti una rielaborazione di suoi pezzi rivisti in veste neo-classica: basi incentrate sulle partiture pianistiche e solo saltuariamente arricchite da qualche fantasmino elettronico, con la voce di Dargen a declamare versi per lo più già noti (sono sei gli inediti presenti) che vedono esaltata la loro vena più poetica, intima ed intimista.
Variazioni è però ben lontano dal rimanere solamente un’auto-celebrativa raccolta di cover di sé stesso: se infatti la metamorfosi dei brani già editi è veramente cangiante, basti vedere la ri(e)voluzione di Zucchero Luminoso in L’Altra, gli inediti volano su livelli qualitativi davvero eccelsi. Dargen continua a giocare con le figure fonetiche, adagiando le sillabe in modo imprevedibile e inconfondibile sulle battute dei beats (quelli sì, ancora strettamente HH), e con gli intarsi tra significante e significato. La cesellatura della scrittura non resta però – nel suo caso non lo è mai stata – relegata a una dimensione da mero esercizio di stile un po’ feticista, ma è messa al servizio di un’eleganza che approda – seppur in modo profondamente diverso, già lo abbiamo detto, da Murubutu – ad una letterarietà tutta sua. Ci sono così highlight assoluti come Cambiare Me (in soldoni, uno storytelling che sfocia in un dissing al sole) e soprattutto Il Ritorno delle Stelle: qui la mano è tesa verso la nuova generazione, con Tedua, Izi e Rkomi; e se quando la tracklist è stata pubblicata sono stati molti i sopraccigli alzatisi scettici nel leggere questi nomi, sarà impossibile non ricredersi visti i (grandi) risultati raggiunti. Della scena trap, questi tre (ok, aggiungiamo anche – forse – Ghali, Achille Lauro e Laioung) sono i nomi verso i quali ci sentiamo più possibilisti, e ne abbiamo già parlato nel nostro speciale dedicato; qui, svincolati da maniere e premesse stilistiche contingenti, la qualità emerge viva e pulsante. Speriamo che il saltino fuori dai trend più furbetti sia dietro l’angolo. Di mode e piacionerie varie il buon Dargen invece se ne è sempre abbastanza fregato, e qui lo dimostra una volta di più.
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