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L’abbandono di Side, l’ammorbidimento di suoni e toni con Trap Lovers e le prove generali per una carriera da freak televisivi di plastica in Strafactor: un’ovvietà dire che la strada intrapresa dalla Dark Polo Gang sembrava chiarissima. Con questo DARK BOYS CLUB invece i tre superstiti sembrano ripensarci momentaneamente. La carta giocata è un telefonato comeback alle origini grezze degli inizi, probabilmente per provare a non farsi scappare del tutto i fan della prima ora (che prevedibilmente stavano abbandonando la nave). Dark e 4L le produzioni simbolo in questo senso: beat ossessivi e pregni di un’oscurità liofilizzata che ormai convince veramente poco. Perché nessuno dei pezzi proposti sussiste al di là delle solite due-tre idee trite e ritrite, talmente abusate che ormai dovrebbero averne la nausea loro stessi.

Siamo ancora sullo «stiamo sulle droghe vestiti designer» (Oxycodone) di quattro anni fa, e se allora poteva anche divertire, adesso anche basta. Nessuna idea si salva, quelle che potrebbero strappare un sorriso sono rubate ad altri (vedi Future con «la scopo in flip flop») e pure la carrellata di ospiti presenti si adegua aggiustandosi al ribasso. Per un Tedua salvabile tocca sentire un Salmo che a quasi quarant’anni suonati ci racconta che «metto due dita in fica alla tua amica che straripa come Dua Lipa». Per fare peggio si poteva solo mettere nello stesso pezzo Drefgold e Anna di Bando. Aspetta, hanno fatto anche quello.

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