Recensioni

6.5

Chi mi legge abitualmente sa bene quanto io sia stato finora dubbioso, se non apertamente critico, nei confronti del trend in questione: due anni fa scrivevo su queste pagine uno speciale in merito, e nel mio libro Hip Pop (fresco di uscita) paleso generosamente tutte le mie perplessità. In generale mi definirei un cauto trap-scettico, tanto capace e felice di apprezzare tanti nomi e progetti del giro quanto nutritamente dubbioso in merito a tanti altri suoi aspetti. Questa premessa sbrodolante e autoreferenziale serve semplicemente a ribadire una volta di più che gli entusiasmi, nel mio caso, a volte capitano ma non sono affatto frequenti (né facili). Mi sono quindi inaspettatamente sorpreso da solo nello scoprire che questo nuovo Trap Lovers mi è piaciuto e pure tanto, anche se al netto di qualche episodio evitabile, e può rappresentare una netta ripresa qualitativa del fenomeno Dark Polo Gang, se non addirittura il suo apice assoluto. Eppure parliamo del nome che più di tutti può incarnare gli estremismi più discutibili della trap: vuota maniera riproposta sine variatio, assenza di qualsivoglia contenuto che non sia un vuoto e inebetito edonismo basato sul tridente (droga-soldi-troie), scarsezza tecnica degli interpreti, eccetera. Da una parte abbiamo la transitoria valenza della contingenza, declinata attraverso un’estetica dell’apparire e null’altro che tra i giovanissimi può risultare – non necessariamente solo tra i benpensanti più intransigenti – anche piuttosto diseducativa; dall’altra abbiamo un’estremizzazione del cliché che ne potenzia il valore virale e che può sfociare, per l’ascoltatore più smaliziato, in un divertimento vagamente guilty e genuinamente – qui più che mai – spassoso. 

Sintetizzo: assodato che i tre superstiti della DPG sono sostanzialmente dei cartoon di maniera, stilosi e vuoti nel loro macchiettismo sino a sfondare la porta del parossismo, tanto vale ascoltarli unicamente per quello che sono: un divertissement. Il che non cancella quanto di negativo detto poco fa; semplicemente, un trollaggio consapevole e dichiarato può funzionare senza troppi sensi di colpa e seghe mentali. E se la DPG è praticamente da sempre stata un troll, è pur vero che la ricetta ultimamente aveva smesso di essere divertente. Tanto Twins che Sick Side erano risultati fiacchi e un po’ accartocciati su sé stessi, come uno sketch comico che non riesce più ad andare oltre il tormentone (anche se il secondo riaggiustava un poco il tiro). E con Trap Lovers le carte non sono affatto rimescolate, quanto piuttosto presentate con molto più gusto. Cambiare Adesso potrebbe facilmente passare per una versione inedita della Gang, che per una volta sembra voler calare la maschera per esplorare il lato oscuro del proprio successo. Invece è un’affermazione di coerenza senza troppi ripensamenti, che attesta la volontà di non cambiare affatto. Infatti in quasi tutti i pezzi successivi la celebrazione del mondo estetico Dark si spinge ancora più a fondo. Tracce come Splash e Young Rich Gang contengono l’abc della trap più tamarra e cafona, con l’oro giallo come senape a rendere la metonimia di un arrivismo plutarchico non necessario. Così il loro «quanto cazzo sono british» è un aggiornamento agli anni ’10 del carloverdonismo più coatto, e il pacchetto trapparo importato dagli USA non è altro che l’edonismo tipico dei ’90 ricollocato in un  presente sempre più semplificato dai populismi. 

Musicalmente si spazia pure, e neanche poco: dai ritmi caraibici liofilizzati di Uomini e Donne al grandioso recupero tutto 90’s di un retaggio post-rave (Che Bello Essere Dark), dalle scarnificazioni minimali di Expensive ai giri orientaleggianti di Acqua Fiji, fino a banger studiate a tavolino come British e l’irresistibile Casper; il pezzo che svetta su tutta la scaletta resta però anche in questo caso Cambiare Adesso, con le sue chitarre acustiche di sfondo e le melodie indovinate. Le rime paradossalmente sono così basilari e intuitive da risultare folgoranti, e la linea del cattivo gusto in tutto il resto del disco è valicata con tale disinibita ignoranza che la (ri)costruzione dei personaggi in gioco riesce al 100%. Nel definitivo abbraccio di un macchiettismo monodimensionale sta la salvezza del trio romano: perché chiedere loro qualcosa di più, qualcosa di diverso, proprio ora che la macchina sembra aver ripreso inerzia? È chiaramente un prendere o lasciare dalle prospettive molto limitate, ed entrambi gli esiti possono risultare equamente validi. Ma abbandonando i fin troppo facili e legittimi snobismi, ci si può (ancora) divertire un po’. 

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