Recensioni

Il problema dei Darkstar non è mai stata l’immobilità stilistica: dai primi 12” di dubstep oscura e ancora incontaminata, all’emozionale 2-step dell’approdo in casa Hyperdub, fino alle fragili umbratilità pop dell’esordio North e ai modaioli acquerelli indie psych-pop e vagamente folktronici del sophomore News from Nowhere (con gli Animal Collective a mandare bacini in lontananza), non si può certo dire che gli inglesi siano rimasti immobili e uguali a sé stessi. Questo terzo capitolo Foam Island però non è il capolavoro che in molti si sarebbero aspettati da producer con un talento enorme che per un motivo o per l’altro sono sempre sembrati un pochino sfocati e sempre a tanto così da poter firmare qualcosa di davvero clamoroso. È un disco solido e riuscito, questo sì, ma solamente nei (pochi) pezzi “veri” che riesce a proporre. Il discorso socio-politico (il disagio giovanile nel nord UK) che il lavoro porta avanti attraverso l’inserimento di interviste e registrazioni varie, oltre a qualche momento morto di troppo, ne limita l’immediatezza, ne rallenta l’assimilazione e dà al tutto un’impressione, via via sempre più nitida proseguendo nell’ascolto, che dietro all’eleganza e alla classe dei (pochi) episodi (molto) riusciti ci sia un po’ di stanchezza e tanta “fuffa”. Ed è un peccato, perché di qualità qui ce ne sarebbe davvero tanta, ma viene regolarmente annacquata da interludi e ghost track varie che rendono a tratti estenuante l’ascolto.
Dopo una intro di rito abbastanza pasticciata arriva Ineherent in the Fibre, che è già un tripudio di raffinatezze e buongusto tra ritmiche sincopate, leggeri archi sullo sfondo e frizzanti organetti che contornano una melodia pop lustra ed elegante. L’afrobeat sintetico di Stoke the Fire e i manieristici incastri ritmici di Go Natural suonano davvero bene, anche se incorniciati e indeboliti dagli inutili interludi Cuts e A Different Kind of Struggle, mentre le decostruzioni funk di Pin Secure e la classe nelle stratificazioni di Through the Motions sono invece finalmente la prova tangibile che il talento c’è ancora ed è sempre stato lì. Ecco però che subito dopo arriva l’interminabile intermezzo Tilly’s Theme, elegante quanto vuoi ma decisamente stucchevole, e la successiva title-track (un più-che-mezzo capolavoro), con la sua meravigliosa eleganza, riesce solo a dare al tutto lo sgradevole sapore di un’occasione mancata, sensazione rafforzata dall’ennesimo interludio Javan’s Call posto subito dopo.
Se su 12 pezzi in scaletta ben 5 sono i riempitivi tra spoken word, intro, interludi vari e fantasmini appicicati in coda perfino agli episodi più riusciti (neanche avessimo in mano A Thousand Suns dei Linkin Park), ripulendo la tracklist arriviamo a 7 tracce per meno di mezzora di durata totale, per quanto valida ed elegante. Sembra quasi, se proprio volessimo fare i malfidati, che tutta l’impalcatura sociologica alla base del concept sia stata buttata lì per mascherare una mancanza di idee, esauriti i pezzi davvero buoni. Davvero un po’ pochino. Peccato.
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