• Ott
    21
    2016

Album

Columbia Records

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Blackstar è stato il testamento bowiano per vari motivi, ma questo musical, composto negli ultimi due anni circa della vita del cantante, non è da meno: non a caso la sua ultima apparizione pubblica è stata alla prima dello spettacolo, la cui colonna sonora comprendeva una serie di classici di repertorio arricchiti da quattro brani scritti apposta per lo spettacolo. Lazarus racconta la vita di Thomas Jerome Newton, protagonista de L’uomo che cadde sulla terra, circa 30 anni dopo gli eventi del film, con i ripensamenti, i ricordi e le malinconie del già malinconicissimo personaggio del libro e della pellicola. Ma con Bowie le cose non sono mai così semplici a livello di significato, spesso si stratificano e articolano; così Lazarus/Newton per molti versi diventa lui stesso, come dimostra il video della canzone omonima (l’unica in comune tra Blackstar e il musical), nella quale non è tanto Newton ad essere rappresentato nella sofferenza finale, quanto Bowie stesso (con tanto di richiami a simboli e immagini passate).

Scelta logica, visto che già il film di Roeg sublimava, con un personaggio che pareva cucito addosso al cantante, tutta quella parte di immaginario bowiano legata allo spazio e all’alieno, allo starman. E in questo senso, benché senza conoscere la trama risulti difficile giudicare l’adeguatezza delle scelte, è strano che dalle canzoni selezionate per la colonna sonora manchino del tutto proprio quelle legate all’immaginario spaziale: c’è Life On Mars? (che però parla di tutto meno che di Marte e di spazio) ma niente trilogia del Maggiore Tom (Space Oddity – Ashes To Ashes – Hallo Spaceboy), niente Starman o Loving the Alien (e a ripensare alla trama del film, non sarebbero state estranee neanche tutte le “star” legate a Ziggy, anche se lì erano quelle del rock), che nella storia di un extraterrestre uno se le sarebbe anche potute aspettare.

Ma sono state fatte altre scelte, più orientate sul recente, che il cast del musical e l’orchestra affrontano a volte filologicamente (It’s No Game è praticamente uguale, Absolute Beginners, All The Young Dudes e i brani da The Next Day quasi), mentre altre volte tentano variazioni (Changes swing, The Man Who Sold The World uguale ma alla versione electro ambient del ’95, This Is Not America trasformata in una ninna nanna indie) con risultati ovviamente inferiori agli originali, ma piacevoli e in alcuni casi interessanti, con buone prove di Michael C. Hall e Sophia Anne Caruso; mentre la trasformazione intimista di “Heroes”, oltre a un’inappropriata divisione tra le due voci dei versi della seconda strofa, ci prova ma non ci riesce – senza stupore, visto che ogni versione successiva all’originale, dell’autore o di altri, al massimo è arrivata al fallimento dignitoso (perfino una come Nico, la cui poetica estrema poteva avere qualche possibilità in più).

Ma pur trattandosi del disco della colonna sonora del musical, questa passa in secondo piano davanti al piatto forte, ovvero le tre canzoni scritte per il musical stesso presenti nella versione originale registrata da Bowie durante le sessioni (e col gruppo) di Blackstar (tre, perché la quarta, Lazarus, è la stessa del disco): tutti le aspettavano come ultimi inediti veri, non ripescati dal passato, a conferma o smentita dell’ottima vena sfoggiata nella sua ultima opera. E il bilancio è buono: No Plan è un bel lento agrodolce dal sapore vintage, vicino alla vecchia As The World Falls Down di Labirynth o a una Dollar Days meno tormentata, che rivela la sua natura-Broadway nella versione del cast, e When I Met You è glam scarnificato e divertito con un gioco di voci in contrasto in un ritornello caciarone (che forse, nella versione del cast a due voci, funziona meglio). Ma la vera scoperta è Killing a Little Time, jungle rock teso e potente, richiesta d’aiuto del personaggio (o, a questo punto, dell’autore) declamata con alzata d’orgoglio e forza, che avrebbe fatto un’ottima figura sull’album al posto di ‘Tis a Pity… (mentre le altre due avrebbero intaccato la compattezza del disco), che poco perde nella versione del cast grazie a un Michael C. Hall efficacemente istrionico.

Un bel saluto, ma dubitiamo che sia l’ultimo: Mc Caslin ha detto che nelle sessioni erano stati registrati una quindicina di brani (e per ora siamo a 10), Tony Visconti ha parlato di altro materiale registrato senza di lui nonché di cinque demo di canzoni inedite approntati negli ultimi mesi di vita di Bowie. Per cui sì, un bel saluto; ma crediamo che ne arriveranno altri.

2 Novembre 2016
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