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Con le dovute parentesi che utilizziamo ogni qualvolta si parli della chitarra simbolo dei Pink Floyd e della produzione più direttamente ascrivibile alla sua sensibilità, On An Island, il precedente album di David Gilmour, conteneva alcuni buoni episodi di quel aor blues radiofonico che da sempre ed intimamente ne contraddistingue la produzione. L’aor blues, in particolare quello in deriva pop, è un genere stravituperato (non sempre a torto), e rischia costantemente di finire negli scatoloni di quei vecchi vinili che si vedono ai mercatini più improbabili. Detto altrimenti, per questioni che il bluesman psichedelico più famoso al mondo non si porrà neppure, scambiare il suo tocco per un Joe Cocker di fine carriera o un Chris Rea rimasto sulle coste di quel videoclip che forse, a distanza di anni, è l’unica ragione per la quale ci si ricordi di lui, è questione di poco, pochissimo.

«I Pink Floyd sono finiti, io no», dichiarava il chitarrista durante il classico giro di interviste per promuovere questo nuovo Rattle That Lock co-prodotto da Phil Manzanera, disco che invece del «carpe diem, l’agguantare ogni momento, il guardare al futuro e il non aver paura» riportato dalla scheda stampa, è l’emblema del lato più stucchevole del suo sound. Un peccato, considerando il buon lavoro svolto per l’ultimo album della gloriosa band The Endless River, in sintesi una sorta di versione più umana e fragile di Division Bell per dare l’ultimo addio a Richard Wright. Wright che, apriamo l’ennesima parentesi, era per Gilmour un amico, ancor prima di essere un membro della band, oltre che una spalla importante nella sua scarsa produzione solista. Se dobbiamo giudicarlo dalla title track, la cui ispirazione parte da un jingle ascoltato alla stazione di Aix-En-Provence, in Francia e, alla lontana, da un testo di John Milton, questo è il disco del chitarrista in versione ancora una volta marittima ma scontatamente pop, quando il precedente pendeva verso il lato folk. Scriverlo per lui deve aver rappresentato un modo per sentire l’aria che tirava attorno a sé, ritrovarsi vivo dopo aver chiuso per sempre un capitolo. Per noi è radiofonia che lascia il tempo che trova, in episodi come la francofona Faces Of Stone, o quell’altro pezzo leggerino e in levare che è Dancing Right In Front Of Me, fino al trascurabile piano bar da Pantera Rosa chiamato The Girl In The Yellow Dress.

Non tutto è da buttare, ma quasi: A Boat Lies Waiting, con il giro di piano riesumato da un minidisc del 1998, la chitarra sullo fondo e il testo in vena High Hopes, è quel classico episodio che chiunque ami certa briannicità adulta – vedi Brian Eno – potrà apprezzare (il pezzo non a caso è dedicato a Wright, grande appassionato di nautica; presenti anche Corsby e Nash alle seconde voci). E non è neanche male il figlio di Gilmour, Gabriel, che debutta sempre al piano nel brano In Any Tongue, salvo quel tronfio finale chitarristico che sarebbe stato meglio sedare. Del resto, se ad emergere sul lato strumentale e arrangiativo del disco è quel ben noto approccio à la Wish You Were Here (Beauty), sappiamo anche che tutto questo andrà a vantaggio del plauso che riceverà il materiale nei live che lo attendono. A mancare, tuttavia, sono soprattutto le canzoni, e per questo il risultato non può essere sufficiente.

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