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Sul perché Black Mirror sia una serie molto efficace – se non addirittura fondamentale – per capire l’oggi e parte del pastume culturale di questi anni, ho già scritto un lungo articolo su queste stesse pagine. L’ho pure corredato con una sindacabilissima classifica di gradimento personale e con un paio di riflessioni personali episodio per episodio. Quindi eviterò di tornare in questa sede sulle peculiarità della serie, che oltre a tornare a immaginare un futuro (o tanti dei futuri possibili) riflette soprattutto sul presente e sull’Uomo più che sulla tecnologia in senso stretto. Nell’ultima settimana la mia dorata bolla social composta per lo più da binge-watcher compulsivi, hipster più o meno consapevoli e persone semplicemente più attente della media a ciò che succede loro attorno, è stata trasversalmente monopolizzata da un unico topic: Bandersnatch, cagata pazzesca sì oppure no?

Diciamolo subito: l’episodio in sé è davvero poca cosa. Trama non particolarmente avvincente (e lo spunto videoludico era già stato sviscerato con Playtest) e soprattutto nessuna riflessione instillata nello spettatore a fine puntata. Approcciare questa puntata inseguendo l’aspettativa di un canonico episodio di Black Mirror, con tutto il corredo di distopie, domande aperte dagli sviluppi tecnologici, eccetera, è semplicemente fuorviante. Perché è evidente che la riflessione di sfondo a questo tentativo è, anzitutto, metafilmica. Se le insistite rotture della quarta parete risultano un pochino stantie (anche solo restando a livello piuttosto mainstream, siamo già al secondo Deadpool uscito), pure la questione interattività non è che sia un fulmine caduto dal cielo. Anche solo in ambito videoludico – giusto per restare nei paraggi della trama – serie come Fuga da Monkey Island hanno fatto scuola ben prima di Black Mirror, per non parlare degli innumerevoli capolavori in sede di libri-game; resto nel mio retaggio adolescenziale e sparo randomicamente due serie che a suo tempo ho amato visceralmente: Lupo Solitario e la cultissima Ninja (Way of the Tiger), ma anche i Piccoli Brividi avevano saputo regalare qualche gemma (come Il Cavaliere Maledetto). Chiaro che un esperimento simile per quanto riguarda un prodotto di serialità televisiva mancava (l’unico precedente di Netflix interessava Il Gatto con gli Stivali, rivolto quindi a un pubblico anagraficamente più giovane).

Detto tutto questo, restano due perplessità. La prima: quanto può essere vincente una formula del genere applicata alla TV? Io-spettatore-televisivo quanta voglia avrò di partecipare con continuità e attivamente allo sviluppo del programma che sto guardando? Senza scomodare studi di gente come Foster Wallace o Umberto Eco, è chiaro che la formula vincente della televisione è in primo luogo la fruizione passiva dei contenuti proposti. Una risposta esaustiva a questa domanda potrà darla solo il tempo, ma personalmente non sono poche le persone che conosco che risulterebbero molto infastidite dal non poter usufruire del programma senza staccare l’attenzione per scrivere al telefono, prepararsi una bevanda o dedicarsi ad altro. Detto in altri termini: se sono alla ricerca di un intrattenimento di tipo più (inter)attivo, più verosimilmente mi dedicherò ad altro (videogiochi, ecc.). Ed ecco la seconda perplessità: è corretto che alcune scelte siano “obbligate”? Mi spiego meglio: ci sono alcuni bivi dove una decisione dello spettatore comporta la fine del gioco. Un esempio al volo può essere l’accettare o meno la proposta di sviluppare il videogioco. Se si effettua la scelta sbagliata, la puntata presenta un finale evidentemente non soddisfacente e consente di tornare indietro al bivio precedente (oppure andare direttamente ai titoli di coda). Sarà un’escatologica riflessione sul concetto di libero arbitrio, o più semplicemente un bug di sceneggiatura?

Un’ultima riflessione. Non so se si tratti di un sentire diffuso, ma nella mia bolla pare di sì (anche se trattasi, appunto, di una non esauriente bolla). Finita la puntata – o meglio, arrivato a un finale che mi sembrava il più conclusivo – non ho avuto la minima voglia di riprovare il tutto per scoprire quali ulteriori percorsi fossero praticabili. Vorrà dire qualcosa?

Oggi come oggi il bilancio più equilibrato mi sembra questo: si tratta di un discreto prodotto di intrattenimento, di una scarsissima puntata di Black Mirror (forse solo Crocodile ha fatto peggio) e di un interessante esperimento metamultimediale. Perché in ultima istanza resta evidente una cosa: che questa puntata è il prodotto più consapevole possibile del medium su cui viene riprodotto. E qui qualsiasi pirateria fallisce, perché questo è un intrattenimento che può essere goduto unicamente sulla piattaforma per cui è stato pensato. Niente streaming, niente riproducibilità al di fuori di Netflix. Perché l’evidente sbilanciamento tra pochezza della trama e focus sull’interattività qui ci porta: all’avere tra le mani una puntata di cui non fregherebbe niente a nessuno se non fosse interattiva. Ma ad oggi, il lascito maggiore di questo tentativo sembra essere la quantità immane di meme spassosi che ha generato. E la scena del bad-trip in cui a Colin si sciolgono gli occhi, che fa molto Paura e Delirio a Las Vegas e mi ha preso abbastanza bene.

3 Gennaio 2019
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