Film

Add to Flipboard Magazine.

Il concetto di identità è sempre stato uno dei cardini su cui era costruito l’intero universo di Harry Potter e dei mondi creati dalla penna di J.K. Rowling. Il bambino che è sopravvissuto per tutto il suo percorso di crescita ha sempre dovuto scontrarsi con il fatto che la sua fama lo precedesse, e quindi rispondere con le sue azioni alle (alte e pregiudizievoli) aspettative di chi lo circondava. Questo, insieme a una dose concentrata e approfondita di rimandi ai miti più disparati della letteratura mondiale e a una solida costruzione degli eventi narrati, aveva garantito alla saga letteraria (e poi a quella cinematografica) di affrancarsi da quella “formula young adult” che sarebbe scaturita da lì a poco. Se Animali Fantastici e Dove Trovarli suggeriva un nuovo corso fieramente politico per la saga ambientata nel Wizarding World della Rowling, Animali Fantastici: I crimini di Grindewald conferma quell’impressione e spinge sull’acceleratore di una denuncia sociale e politica contro questi tempi allarmanti, innescando un ovvio e necessario paragone con l’ascesa dei totalitarismi all’indomani della Prima Guerra Mondiale.

Gellert Grindelwald non è altro che un simulacro fantastico di Adolf Hitler e la sua missione è quella di diffondere il sospetto e la paura verso leggi incomprensibili tra la sua gente, ovvero il mondo magico, per ottenere una rivolta, una presa di coscienza e una chiamata alle armi contro coloro che sembrano dominare il mondo: i babbani (leggi gli ebrei), o no-mag come vengono chiamati in America. Mai prima d’ora la scrittura della Rowling, che qui torna anche in veste di sceneggiatrice, oltre che di madre e produttrice di tutta l’operazione commerciale, era stata così esplicita di rimandi storici, così carica di afflato politico alla ricerca costante di partecipazione non solo verso i suoi protagonisti – tacciati quasi come degli inetti senza spina dorsale, dove il Newt Scamander di Eddie Redmayne preferisce vivere all’interno della sua valigia con i suoi adorati animaletti piuttosto che prendere posizione sulla grave lotta in corso – ma soprattutto verso un pubblico sempre più assonnato a causa di prodotti su larga scala scadenti (almeno per quanto concerne i blockbuster rivolti ai ragazzi).

Non è un caso, quindi, che questo secondo capitolo del nuovo franchise magico sia quasi completamente spoglio di ironia, ma se ne serva semplicemente per stemperare l’ansia da tragedia che incombe tra una sequenza e quella successiva. In questo affascinante specchio di quella minacciosa contemporaneità che stiamo vivendo, non è un caso nemmeno che il mago più potente di ogni tempo, Albus Silente, se ne stia in disparte a causa di un misterioso patto di sangue stretto con il nemico designato e un tempo fedele alleato; le sue azioni sono la perfetta rappresentazione di chi oggi ha troppo timore di fare la cosa giusta o di coloro che si sentono troppo spesso con le spalle al muro. Sappiamo che la situazione si sbloccherà nei film successivi (ne usciranno altri tre), ma per il momento tanto basta per restituire allo spettatore quel senso di non-rappresentanza che sembra farla da padrone oggi.

È probabile che l’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Donald Trump (nel 2016 considerata solo un semplice scherzo) abbia spinto la Rowling a insistere più su determinati aspetti compositivi della sua narrazione, lasciandone da parte altri che sulla carta si sarebbero rivelati meno urgenti (su tutti, l’esplorazione delle varie creature magiche da parte di Newt). Questo avrà anche contribuito a rendere visibilmente poco equilibrata la sua sceneggiatura – portata sullo schermo dal solito David Yates, al suo sesto film all’interno della saga (John Glen di 007 gli fa cenno cordialmente): dopo una prologo strabiliante (anche registicamente) dedicato alla fuga di Grindelwald dal MACUSA, la prima parte della pellicola pone abilmente le basi per la costruzione di un personaggio – il villain principale di tutta la saga – sorretto splendidamente dalla performance sibillina di Johnny Depp. Il suo è un tiranno molto diverso dal Lord Voldemort che abbiamo conosciuto nella saga del maghetto con la cicatrice a forma di saetta, e senza dubbio possiede quell’aura romantica di chi è figlio dell’Ottocento che gli dona un magnetismo e un carisma d’altri tempi. Tuttavia, una parte centrale claudicante non prepara al meglio lo spettatore per gli eventi di un terzo atto decisamente frettoloso nel suo voler concludere la sottotrama (piuttosto esile) di questo secondo film, nonché confusionario anche a livello di gestione dello spazio scenico (spesso si nota un certo disorientamento nel teatro di scontro finale). Uno squilibrio che trova il suo emblema maggiore nel cliffhanger conclusivo, che se da una parte non farà altro che aumentare l’alone di curiosità legata ai capitoli successivi, dall’altra non mancherà di indispettire qualche fan fondamentalista.

14 Novembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Kylie Minogue, la principessa piccolina a Padova brinda a una trentennale carriera dorata | Live Report
Successivo
Dominic Cooke – Chesil Beach – Il segreto di una notte

film

recensione

artista

Altre notizie suggerite