Recensioni

Sempre più smargiassa, questa Dawn Richard, che dopo aver firmato «un disco che più 2016 di così non si può» (mi autocito dalla recensione del precedente e ottimo Redemption), continua a cavalcare trend con mestiere, classe e furbizia. Chiusa la trilogia precedente, la sensazione è che questa volta il nuovo lavoro non abbia ancora ben chiaro dove andare a parare, o peggio si accontenti di fare il minimo indispensabile pescando un po’ dappertutto.
New Breed parte con tre pezzi che tengono fisse sullo sfondo fascinazioni addirittura da kosmische musik à la Tangerine Dream, quindi sintetizzatori modulari e cascatelle di droni e bordoni vari per un mood molto 2001: Odissea nello Spazio virato black. Un onanismo afroturista che con Black Panther lanciato verso gli Oscar suona ancora perfettamente attuale. Su questi sfondi spaziali la signora innesta di volta in volta beat hip hop (la title track), spezie latineggianti (spaces) e groove funky liofilizzati (dreams and converse). Dalla quarta traccia in poi il mood siderale viene abbandonato senza ripensamenti, in favore di un calderone onnivoro e anche un po’ dispersivo: house funk da pista (shades), dub-r&b (jealousy), ballatone polverizzate (vultures/wolves) e svolazzi pianistici gospel (we, diamonds).
Di tutto un po’ insomma, per una tracklist breve e compatta (10 pezzi di cui un’intro e un’outro) senza grossi scivoloni ma anche senza nulla di memorabile.
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