• nov
    18
    2016

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Dagli inizi con le Danity Kane al successivo fiorire del suo percorso solista, Dawn Richard ha sempre incarnato una precisa idea di blackness ibrida tra una patina di artisticità facilmente spendibile anche a livello mainstream e un’aura di sofisticatezza fashion radicalmente nera e futuristicamente pop. Possiamo sintetizzare – per comparazione – il personaggio avvicinandolo ad una Beyoncè innamorata del giro PC Music, a una Grimes nera o a una JONES future-pop. E per rendere ancor più esaurientemente il personaggio, un cortometraggio come il recente Wake Up (A Fashion Film) potrebbe chiudere, idealmente ed in bellezza, il cerchio dei rimandi.

Redemption arriva a chiudere una trilogia concettuale iniziata nel 2013 con Goldenheart e proseguita lo scorso anno con Blackheart, della quale rappresenta un definitivo epitaffio autoconclus(iv)o, autonomo e super-partes fin dal titolo (che abbandona il suffiso –heart proprio come a volersi distanziare dai due capitoli precedenti). Nelle 15 tracce (comprensive di intro, interludi e titoli di coda vari) – tante sì, ma non pesanti perché peNsanti – una modaiola ma affatto manieristica attualità è messa al servizio di un ripensamento che attraversa la musica black tutta molto più in profondità di quanto possa sembrare ad un ascolto distratto. Il dancefloor viene preso e riadattato a spazio clausurale per una dimensione riflessiva e intimistica che sa farsi anche autobiografica e impegnata, ma senza rinunciare alla propria originaria ballabilità. Il delicato espediente utilizzato per mantenersi accortamente in equilibrio su questo sottile crinale è un ossimorico oscillare tra la liberatoria deflagrazione della melodia e suo implicito rifiuto.

Tra sintetismi vocoderizzati (e qui ancora una volta ci arriva il passo di quanto fondamentale sia stato il Kanye West di 808s & Heartbreak) e una vag(heggiat)a immersione in fumosità (anti? post?) new age da sintetico paradiso futuristico di iper-realismo androide, sul versante produttivo c’è – e si sente tantissimo – il fondamentale contributo di Machinedrum (oltre che di Noisecastle III): Redemption è quindi una ri-contestualizzazione del future r&b in zona EDM, sfrangiata però di tutti i clichè-paccottiglia del caso e asservita ad una ritmica urbana decisamente più fresca: ecco allora la trap eterea, le liofilizzazioni poppy in zona Pc Music, le laterali infiltrazioni post-wonky che pescano con gioia dal Glasgow Sound di Hudson Mohawke e tutto il corollario di dancehall surgelata mutuato e asciugato – ma siamo ormai già alla fase “post” – dalla heavy rotation trasversalmente plagiata da Diplo e soci.

In tutto questo, come dicevamo, una precisa eleganza black e una chiara consapevolezza delle proprie roots non sono mai dimenticate, ma nemmeno relegate sullo sfondo a semplice scenografia legittimante. C’è anche tanto jazz da queste parti: vedi le note di apertura di Voices, probabilmente manipolate digitalmente da un clarinetto, o la celebrazione dello swing made in Louisiana di LA, con un assolo di chitarra fusion dal sapore 70’s e una coda con feat. di Trombone Shorty. Un disco insomma, nella sua futuristica classicità fashion, che più “2016” di così non si può.

14 dicembre 2016
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