Recensioni

Tornano i De La Soul, a quattro anni di distanza dell’onesto e divertente, ma tutto sommato prescindibile, Plug 1 & Plug 2 Present… First Serve del 2012. Ormai 27 ne sono invece passati dal seminale 3 Feet High and Rising del 1989, e con uno status da leggende viventi del hip hop ormai indiscutibile e ampiamente consolidato, i tre possono tranquillamente concedersi di “cazzeggiare” allegramente licenziando album più o meno quando gli pare e senza particolari pressioni. Ciò che nessuno si aspettava, all’annuncio di una raccolta fondi tramite Kickstarter per la produzione di un nuovo disco, è che il budget collezionato grazie alle donazioni scollinasse quota seicentomila dollari (secondo miglior bilancio di sempre per la piattaforma).
Ora, la domanda è ovviamente questa: “un gruppo con un tale status e senza più molto da dimostrare, in cosa mai potrebbe spendere seicentomila dollari ricevuti inaspettatamente e un po’ per caso?”. La risposta, immediata già guardando la tracklist, è “in ospiti”: Snoop Dogg, Roc Marciano, Pete Rock, Estelle, Usher, 2 Chainz e soprattutto Justin Hawkins, David Byrne e Damon Albarn. Sono soprattutto gli ultimi tre nomi a sorprendere, sostanzialmente esterni al mondo black – con l’unica parziale eccezione di Albarn, con cui i De La Soul avevano già collaborato per il progetto Gorillaz in Feel Good Inc. – e decisamente inaspettati ed altisonanti (pensiamo soprattutto a Byrne).
Il risultato di una tracklist così “affollata” è però a tratti la sensazione di ascoltare un album “con” i De La Soul, piuttosto che “dei” De La Soul. La sufficienza è comunque ampiamente raggiunta, e pezzi come la funkeggiante Pain (grazie anche ad uno Snoop Dogg riesumato e inaspettatamente in grande spolvero) o la morbida Memory of… (US) – che nella sua elegante purezza black può ricordare l’indimenticabile What They Do dei The Roots – sono assolutamente riusciti. L’interminabile Lord Intended con il già citato Justin Hawkins dei The Darkness è invece una barracconata “ruock” fuori tempo massimo di almeno vent’anni e decisamente evitabile, e qualche pezzo un po’ scialbo (come Trainwreck) o che procede col pilota automatico inserito (Greyhounds) non permette al pollice di girarsi completamente verso l’alto. Decisamente meglio va invece con le due ospitate più prestigiose: Snoopies con Byrne e Here In After con Albarn vanno a segno senza riserve, riportando verso l’alto un disco che scorre tutto sommato piacevole, ma in fin dei conti non irrinunciabile.
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