Damon Albarn (UK)

Biografia

Non è facile descrivere Damon Albarn in poche parole, soprattutto senza scadere in facili sviolinate. Sta di fatto che l’artista di Leytonstone (nato il 23 marzo 1968) è indubbiamente uno dei talenti indiscussi partoriti dagli anni Novanta, capace di dominare l’era del britpop ma allo stesso tempo abile a distaccarsene anzitempo. Musicista rappresentante della britishness più cool a-là Ray Davies, da cui prende una dose spiccata di umorismo riflessa nella sua penna caustica e corrosiva, Albarn è anche osservatore attento delle culture altrui, Africa in primis. Compositore di ardite opere teatrali, curioso dei vari scenari offerti dall’elettronica, amante dell’hip hop.

Nonostante il suo nome sia indiscutibilmente legato ai Blur e ai Gorillaz – le cui relative storie sono affrontate in altre sedi – Albarn vanta una cospicua e lunga discografia di progetti paralleli e solisti. Numerose le colonne sonore composte: dopo la partecipazione a Trainspotting nel 1996 con Sing (inclusa nell’album di debutto dei Blur, Leisure) e Closet Romantic, nel 1999, pochi giorni prima dell’uscita del quinto album del quartetto britannico, 13, pubblica la colonna sonora del film Ravenous, scritta assieme a Michael Nyman. Nel 2002 esce 101 Reykjavík, scritta nel 2000 insieme all’ennesima colonna sonora, Ordinary Decent Criminal. Nello stesso anno viene rilasciato Mali Music, disco scritto e prodotto in collaborazione con gli artisti africani Afel Bocoum, Toumani Diabaté & Friends e Ko Kan Ko Sata. Un anno più tardi arriva Democrazy, il primo progetto totalmente solista – con album disponibile esclusivamente in doppio vinile – contenente bozze registrate durante il tour dei Blur (orfani di Graham Coxon) nelle varie stanze d’hotel: all’interno è presente anche una versione embrionale di I Need A Gun, che ritroviamo nel secondo album dei Gorillaz, Demon Days (2005).

Il primo supergruppo con protagonista Albarn vede la luce nel 2007 con The Good The Bad & The Queen, formazione in cui troviamo Paul Simonon (Clash), Simon Tong (Verve) e Tony Allen. L’omonimo disco d’esordio è un concept album che tratta la vita londinese e che riceve il benestare della critica grazie ai singoli Herculean e Kingdoom Of Doom. Un progetto vintage e post moderno allo stesso tempo, in cui Damon pesca, assembla e ricuce brandelli di passato musicale e vita vissuta di una Gran Bretagna rappresentata in bianco e nero, tra reminescenze Blur (la title track, History Song), Gorillaz e Clash (con tanto di semi-citazione di London Calling sul finale di Kingdom of Doom), ma anche reggae, pop (Green Fields), folk, old time music, psichedelia, dub (Behind the Sun), e umori world (Three Parts). Un anno più tardi viene pubblicata Journey To The West, soundtrack del musical Monkey: Journey to the West – creato dal regista cinese Chen Shi-zheng – che vede la presenza di un’orchestra di venticinque membri. Il 2011 è l’anno di un nuovo viaggio in Africa da cui nasce Kinshasa One Two, registrato in Congo in meno di dieci giorni, e lanciato dal singolo Hallo (con il featuring di Tout Puissant Mukalo & Nelly Liyemge e la produzione di Richard Russell). Il disco vede in cabina di regia numerosi produttori, tra cui Dan The Automator e Actress. Trattasi essenzialmente di world music immersa nell’epoca dell’electronica e dei produttori, in cui si miscelano tra loro beats, sample di vario tipo, strumenti acustici tradizionali, cantato in lingua del posto e in francese.

Meno convincente invece il supergruppo Rocket Juice & The Moon, con Toni Allen e Flea dei Red Hot Chili Peppers, che pubblica nel 2012 l’omonimo  debutto, con l’orecchio e la mente ancora rivolti al Continente Nero, tra sonorità afrobeat ed etniche. Stavolta Albarn preferisce rimanere in seconda fila, lasciando spazio alla lunga lista di ospiti, tra cui Thundercat, Erykah Badu, il producer Theo Parrish, l’Hipnotic Brass Ensemble di Phil Cohran, Fatoumata Diawara e altri. Il risultato non soddisfa: troppe suggestioni e poche idee, per una raccolta di sketch world pop-rock senza troppo mordente e colore, in cui non si riesce mai ad andare oltre qualche piacevole strumentale. Sicuramente un’occasione da sfruttare meglio, visto l’alto livello degli artisti coinvolti. Dello stesso anno è Dr Dee, opera creata da Rufus Norris e commissionata dal Festival Internazionale di Manchester, dove troviamo Albarn alle prese con il racconto della storia del medico della Regina Elisabetta I, John Dee: le sonorità all’interno del disco vengono definite dallo stesso artista come “folk pastorale”, tra strumentazione d’epoca (viola da gamba, liuto, vari strumenti a fiato), orchestra classica (con la BBC Philarmonic) e strumentazione africana (la kora, una specie di incrocio tra un liuto e un’arpa, e le percussioni di Tony Allen). Il Nostro suona la chitarra e l’harmonium, la cui voce è la dominante di tutto il disco, in un’opera piacevole, leggera e con qualche buono spunto (The Marvelous Dream) che riesce a nascondere qualche cliché.

Anche il 2013 è un anno produttivo per Albarn: a dicembre viene infatti pubblicato Africa Express Presents: Maison Des Jeunes, primo album dell’omonimo progetto caritatevole: successore dell’Africa Express Train Tour (svoltosi in alcune stazioni di Londra nel 2012 con la presenza speciale di Paul McCartney), il disco è una collaborazione tra artisti occidentali e africani, e vede la partecipazione – oltre naturalmente alla presenza del frontman dei Blur – di Nick Zinner (Yeah Yeah Yeahs), Brian Eno, Ghostpoet, Holy Other, componenti di Metronomy e Django Django, Lil Silva e Two Inch Punch. Come per Rocket Juice & The Moon, anche stavolta il risultato non è dei migliori: Damon nel disco mette soltanto il nome, per un lavoro scialbo, frivolo e certamente minore nella oramai corposa discografia etnica dell’artista di Colchester.

Il 2014 è uno degli anni più importanti della carriera di Albarn: il 28 aprile viene pubblicato il tanto agognato album solista – quello vero, non ce ne voglia DemocrazyEveryday Robots, con l’ottima la produzione del boss di XL, Richard Russell. Il disco, anticipato dall’omonimo singolo e da Lonely Press Play, racconta con un certo spessore autobiografico le tappe più importanti nella vita del cantante, attraverso un songwriting accorato e intimista unito ad arrangiamenti che spaziano lungo l’intero arco dell’esperienza accumulata come musicista: dal folk al soul, dall’hip hop (e folktronica) di marca Gorillaz alla musica etnica. Non vi è un solo riempitivo, e il disco nel suo complesso funziona a meraviglia, senza consegnarci capolavori ma capace di episodi comunque notevoli (Hostiles, The Selfish Giant con la suadente voce di Bat For Lashes) che ripagano un’attesa a tratti snervante. Come se Damon Albarn necessitasse di questa prova per confermare la sua indiscutibile grandezza (qui la recensione).

Con la famigerata Africa Express, Damon festeggia il cinquantennale di In C, celebre composizione di Terry Riley, dando vita a una ben riuscita e originale rivisitazione. Nei crediti risultano 17 musicisti, tra cui anche Jeff Wootton (collega di Damon nei Gorillaz, ma anche di Liam Gallagher nei Beady Eye), Nick Zinner degli Yeah Yeah Yeahs, Andi Toma dei Mouse On Mars e Brian Eno, il tutto sotto la sapiente conduzione di André de Ridder. Come scritto in sede di recensione, la matassa è sbrogliata in larga parte grazie al timbro fortemente etnico e folcloristico dei 40 minuti di suonato, per una una suite fragrante e incalzante, dai toni minimali, tra armonie regolate da progressive accelerazioni e morbidi rallentamenti che toccano il climax verso la metà del lavoro, quando l’orchestra sembra tutto d’un tratto fermarsi, per poi ripartire con ancor più decisione. Lo stesso Riley ha considerato questa versione «un viaggio incredibile». Senza dubbio, una delle migliori versioni mai proposte di In C.

Il 2015 segna il ritorno dei Blur con The Magic Whip – analizzato nella recensione e nel monografico dedicato alla band – ma Damon continua a lavorare in solitaria. A luglio, infatti, viene presentato in anteprima al Manchester International Festival il musical Wonder.land, della cui colonna sonora il Nostro è autore. L’opera – definita dal Guardian «di tanto in tanto abbagliante, spesso incomprensibile» e diretta da Rufus Norris con i testi curati da Moira Ruffini – prende ispirazione dal più famoso Alice In Wonderland di Lewis Carroll, con la dodicenne Aly, solitaria e continuamente presa di mira a scuola, che decide di rifugiarsi nel mondo di internet per scappare da genitori, insegnanti, ma soprattutto da se stessa.

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