• Giu
    09
    2014

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È sempre una questione di dualismi, coi Death Grips. Ci sono o ci fanno? Sono sinceri o dei maestri furbi della visibilità? E le loro scelte, se sono così concettuali e votate al caos, come fanno poi a tradursi in una musica così fisica, concreta? D’altronde, quando in organico c’è un ex-Hella come Zach Hill, la sorpresa sarebbe semmai un percorso lineare, e già negli scorsi anni la band ha dimostrato di non essere fatta per la routine. Qui le decisioni storte sono due: la prima è quella di presentare solo la prima parte di The Powers That B, disco che vedrà la luce alla fine dell’anno. È un’operazione che semplicemente conferma il divertimento del gruppo a mettere i bastoni tra le oliate ruote dell’industria discografica. La seconda è la presenza di Björk, un nome che non è certo il primo a venire in mente pensando a possibili compagni di merende per i Death Grips (pur ricordandosi che i due universi musicali erano venuti già in contatto per alcuni remix di Biophilia) e che non ha mancato di segnalare il suo entusiasmo per la collaborazione al progetto.

La voce di Björk è una presenza prevalentemente pleonastica, che viene usata come contrappunto ritmico inserito in uno schema che proprio del ritmo fa la sua dote principale. La parte hip hop c’è sempre, a partire dal groove fino al fatto che MC Ride spande sempre il suo flow stridente: solo che questi elementi sono stati inseriti (come già in Government Plates) in un percorso in cui le componenti grime, footwork e techno ora sono più presenti. Occorre capirsi sull’uso di questi ingredienti: nonostante non ci si trovi di fronte ad un passo avanti che scompigli la formula, la povertà sonora voluta dal trio riesce a coagulare queste istanze in momenti comunque omogenei come Say Hey Kid, un pezzo che pare adatto a una seduta in palestra per ex fan dei Prodigy. È musica fisica, ma con meno impatto rispetto ai passi precedenti. Anche per questo, trovare dei referenti nel presente pare esercizio sterile per capire l’universo Death Grips: con questa smaterializzazione parziale del suono, l’unico termine di paragone è il passato stesso del gruppo.

E proprio rispetto al passato, infatti, il groove elettronico è maggiormente spezzettato in mille rivoli, meno corposo e unitario. Voce e suoni danno vita a pattern non più sloganistici (un brano come I’ve Seen Footage qui è praticamente inconcepibile), ma ciò non impedisce ai pezzi, anche se più oscuri e meno caciaroni (Big Dipper), di essere efficaci, immersi in architetture spesso ipnotiche. Ovviamente non si cerca l’intellettualismo concettuale, non si tratta di un pranzo di gala avanguardistico: qui l’obiettivo è il divertimento, magari trash e sporco quanto si vuole, ma comunque intelligente. In questo i Death Grips fanno bene il loro lavoro, pur non rivoluzionando nel profondo il suono né esarcerbando la loro attitudine da cattivi.

Al di là di tutto il far parlare di sé, al di là delle scelte bizzarre, al di là di una certa disomogeneità di fondo (che però è minore rispetto al passato), la sostanza – seppur folle – c’è ancora, come anche la voglia di rischiare. Occorre ora semplicemente aspettare la fine dell’anno per il gemello, Jenny Death, parte seconda di The Powers That B, sperando che si tratti di un rilancio verso altri lidi e non, magari, di un semplice esercizio speculare a questo.

3 Luglio 2014
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