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7.5

Ascoltando l’ultimo disco dei Deerhoof, una frase torna in mente. Una frase che non è di Steve Albini, dei Butthole Surfers o di qualche teorico dell’underground statunitense, ma di Lucio Dalla: «L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale». È la sensazione principale che emerge, piano piano, mentre questo quattordicesimo disco in studio prende il sopravvento sulle orecchie. E sul cervello. Perché, dopo il bel La Isla Bonita, i Deerhoof provano ancora una volta a normalizzarsi, a diventare qualcosa di pop. Fallendo miseramente e, in questo modo, esaltando ancora di più la follia meravigliosa che li rende una delle più interessanti band degli ultimi trent’anni. Una formazione che è riuscita a resistere alla caduta dei contesti che la circondavano (il lo-fi, l’alternative a stelle e strisce e tutto quel mondo lì) semplicemente facendo la corsa su sé stessa.

Ancora una volta i Deerhoof fanno saltare dalla sedia. Non è quell’entusiasmo da capolavori di band esordienti, né hype mediatico: è più il notare la continuità di una linea completamente impazzita, unica. La costanza di una masnada uscita dal manicomio. Nessuna band, oggi, riesce ad essere surreale e umana nello stesso brano come i Deerhoof. Le prove? Togliamoci subito il dente e partiamo dal capolavoro: Life Is Suffering. Già dal titolo si potrebbe pensare a qualcosa di mogio. Invece il brano prende la lezione di Pixies (e Nirvana poi) sul piano/forte e la porta alle estreme conseguenze. Da un lato, tutto ciò che non è ritornello (chiamarle strofe è riduttivo e allo stesso tempo generoso): sezione ritmica in primo piano, chitarre scorticate quasi Arto Lindsay, frasi spigolose e tempi spezzati. Il piano che diventa una continua sperimentazione. Più che tessitura, ragnatela. Poi arriva il ritornello, che ripete la frase del titolo, in una maniera talmente gioiosa, talmente perfetta, da creare il contrasto più efficace con ciò che le sta attorno. Già il prezzo del biglietto è ripagato.

Avete presente quando si impara ad andare in bicicletta e però non si ha ancora totalmente sotto controllo l’equilibrio? Ecco, con i Deehoof è tutto un rischio di cadere divertendosi: ci sono i funk bianchi strampalati (Debut), il lo-fi stile Bassholes meno blues (That Ain’t No Life For Me), i power pop in cui il volume delle chitarre è a un passo dal tumulto prima dell’arrivo di un hand-clapping (Plastic Thrills), i connubi rock’n’roll di basso e sei corde in cui voce e cori entrano in uno strano mondo radiofonico (Dispossessor). Ci sono gli inserti nonsense, il lounge, l’hard-rock nell’idea dei Deerhoof (quella cosa totalmente sbilenca che è Kafe Mania!). Un gran bell’album, un altro centro per quei mastini della stortura che sono Satomi Matsuzaki, John Dieterich, Ed Rodríguez e Greg Saunier. Che Dio ce li tenga anormali ancora per molto.

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