• apr
    08
    2016

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Warner Music Group

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Scelto come estratto apripista, Prayers/Triangles è quanto di meglio per mandare in brodo di giuggiole gli amanti dei Deftones: corde dissonanti che si fanno via via quasi shoegaze, l’ingresso dell’inconfondibile, duttile voce di Chino Moreno (che negli anni si è persino levato i suoi sfizi trip hop, darkwave e post-rock con i progetti paralleli Team Sleep, Crosses e Palms) e gli improvvisi affondi rumoristici che scuotono quella che di fatto sarebbe altrimenti una ballata super evocativa. È semplicemente la band californiana al suo top, quella band che è stata capace di sopravvivere come nessun’altra all’ondata nu metal in cui è stata volente o nolente coinvolta (la fine creativa dei System Of A Down e la china discendente dei Korn hanno aiutato a sbaragliare il campo da eventuali rivali), arrivando sino ai giorni nostri senza magari apportare grandi rivoluzioni alla sua formula ma, di pari passo, senza alcuna caduta di stile. Hearts/Wires, più avanti, le fa da contraltare, con la sua partenza felpata tra blues e prog affine agli amici Tool, il suo grande senso dell’atmosfera che non è di certo gioco di prestigio scontato fra i colleghi che maneggiano artiglieria pesante.

Il binomio fra aggressività elettrica e romanticismo melodico è in fondo sotteso anche nell’accostamento fra un titolo che rimanda all’horror più sanguinolento – la title track è non a caso uno dei brani più violenti e urlati del lotto – e l’immagine di copertina tempestata da fenicotteri rosa. Confermato Matt Hyde in cabina di regia al di là dei vari tira-e-molla (Porno for Pyros, Monster Magnet, Slayer), Gore è il primo album pubblicato dopo la tragica morte di Chi Cheng. Al basso c’è ormai l’ex Quicksand Sergio Vega, che per le registrazioni ha utilizzato uno strumento a sei corde, a indicare il tentativo di cercare nuove soluzioni pur nella continuità e la meditazione collettiva alla base del lavoro, in progress da circa due anni. Non contando il misterioso Eros, inciso e sinora mai reso pubblico, probabilmente per rispetto nei confronti di Cheng, questo è l’ottavo capitolo di studio del gruppo di Sacramento: non saremo allo stato di grazia di Around The Fur e White Pony, anche perché qualche episodio da mestieranti c’è, ma si va vicino alle prove maggiormente riuscite degli anni Zero, ovvero alla più elettronica, omonima uscita del 2003 – alla quale seguirono la più rarefatta, transitoria Saturday Night Wrist e la ruvida, più prevedibile accoppiata Diamond Eyes/Koi No Yokan.

Con il loro immaginario cupo e al contempo futuristico (da parte di gente che ha spesso giocato con le parole, (L)MIRL è acronimo per l’espressione “Let’s meet in the real life“), Moreno e soci hanno forse poco di nuovo da mettere sul piatto ma reggono il confronto sia con loro stessi, sia con ciò che attualmente circola in area crossover: Acid Hologram e Doomed User sono buoni numeri di genere, Pittura infamante flirta con la cultura italiana a suon di riffettoni e Phantom Bride ospita Jerry Cantrell degli Alice In Chains all’assolo di chitarra old school. Diremmo allora che Gore è la miglior prova del quintetto subito dopo i primi, ottimi quattro dischi prodotti da Terry Date: non è poco, né per i fan di vecchia data né per tutti gli appassionati heavy.

6 Aprile 2016
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