Recensioni

7.5

Nel 2020 che segna l’anniversario della loro pietra miliare White Pony, che sarà celebrata prossimamente con una ristampa e la pubblicazione della raccolta di nuovi remix Black Stallion a opera di vari producer incluso DJ Shadow, i Deftones tornano con il nono album Ohms a quattro anni di distanza dal precedente lavoro di studio, Gore. Il filo conduttore può essere individuato nell’arruolamento del produttore Terry Date, già alle prese con il gruppo californiano per i suoi primi quattro dischi usciti tra 1995 e 2003, incluso, sì, White Pony. In aggiunta, Frank Maddocks si occupa dell’iconico e minimalista artwork, proprio come già avvenuto nel 2000 del bianco cavallino.

Il titolo Ohms, che si riferisce all’unità di misura della resistenza elettrica, rappresenta «l’equilibrio e la polarità delle cose». Chino Moreno afferma: «Ho sempre descritto la nostra band come un’alternanza tra yin e yang. Come persone, nella musica che facciamo, e nei testi che scrivo, c’è sempre questo tipo di giustapposizione ed è questa la bellezza di ciò che abbiamo creato». Del resto, i Deftones sono una “resistenza elettrica”, che è sopravvissuta alla scomparsa del bassista Chi Cheng, così come all’ondata crossover-nu metal che li ha visti accomunati ad altre formazioni magari all’epoca espressive ma in confronto abbastanza monodimensionali.

Il contrasto tra aggressività e melodie, sia nell’interpretazione canora dell’inossidabile Moreno sia nella costruzione delle trame strumentali, capaci di sferrare attacchi devastanti e nel giro di poco avvolgere in un manto di mistero, resta preponderante e una traccia come Error, tutta giocata su accelerazioni e rallentamenti, sta lì a dimostrarlo. Certo, in generale sembra sia stata recuperata la ruvidità propria degli esordi: si ascoltino le atmosfere dark e la violenza sonora del secondo singolo Genesis (che parla non a caso di bilanciamento esistenziale e rinascite), oppure i riff granitici di UrantiaRadiant City e Headless. Senza dire di una This Link Is Dead che manda al tappeto con i musicisti schierati in fronte compatto. I Deftones non si sono mai fatti imprigionare nella sola cornice dell’heavy music, influenzati da new wave, shoegaze, trip hop, elettronica e quant’altro, volenterosi di sperimentare nonostante siano un marchio di fabbrica di se stessi. Gli echi Eighties di Ceremony, il groove funereo che monta via via in The Spell Of Mathematics, il suono di gabbiani intrappolato in una Pompeji dalla lynchiana coda soundscape indicano che abbiamo a che fare con una grande rock band nel senso più fisico eppure anche più ampio del termine.

Nella splendida title track, lanciata come estratto apripista e posta in chiusura di scaletta, Moreno canta di essere «circondato dai detriti del passato». I Deftones, intanto, riescono ancora a fare musica potente, significativa e attuale. Un motivo in più per festeggiarli in quest’annata per molti altri versi funesta. Ritornello: «Yeah, time won’t change this / This promise we made / And time won’t change this / We shall remain».

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