• ott
    20
    2017

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Merge

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«Give up acting?» domanda incredulo, che sembra di vedere due rughette disegnare infinite linee sulla sua fronte, «Fuck no! I’m just starting to get the good parts». Assicurandoci così che no, non va da nessuna parte il meraviglioso Dan Bejar, cantautore canadese, ricci selvaggi e due occhi neri che sono luci caliginose. Una voce, la sua, che conforta e confonde, già plasmata e utilizzata da band come The New Pornographers e Swan Lake. A poco più di due anni di distanza da Poison Season, Bejar torna a vestire il costume della creatura Destroyer e lo fa con ken, un disco di undici tracce, prodotto da Josh Well e registrato interamente alla Balloon Factory di Vancouver, dove la coppia ha trasformato i vari demo del canadese in un paesaggio rigoglioso di synth oscuri e ambientazioni apocalittiche. Selezionando un gruppo di suoni base su cui lavorare, i due si sono potuti legare all’amore comune per i Cure, per quel suono generale di tamburi, chitarre e bassi. Un disco sì molto melodico ma romanticamente fosco, avvolto da un voluttuoso senso urbano di rovina, inaspettata e misteriosa. Come un romantico burattinaio dalla voce calda ed emblematica, Bejar si è prestato a un gioco elettronico di suoni caldi, sintetizzatori e grandi arrangiamenti che riprendono sì la base vellutata dell’arioso Kaputt uscito nel 2011, ma svelano un lato molto più autonomo rispetto alla meccanica della band.

Ma ken chi è? Da dove arriva? Cosa vuole? Forse non tutti sanno che la splendida canzone degli Suede The Wild Ones prima si chiamava proprio Ken. Ed è così che Bejar ha voluto onorare il titolo scartato di una delle ballate inglesi più famose utilizzandolo per il suo nuovo lavoro. Al riguardo il cantautore ha anche confessato: «Non stavo pensando al suono dei Suede quando lavoravo al disco. Pensavo piuttosto agli ultimi anni dell’era Thatcher. Quelli erano gli anni in cui la musica per me è diventata davvero come una malattia, sono stato male. Forse The Wild Ones parla proprio di quella sensazione». Menzionando l’origine di questa scelta, capiamo veramente la natura e il tono di questo bellissimo Ken: un disco pieno zeppo di britishness, quella tanto amata – e ormai è cosa nota – dal cantautore di Vancouver.

L’inizio affidato all’estasi nebulosa di Sky’s Grey, col suo mantra «I’ve been workin’ on the new Oliver Twist», non si preoccupa di nessuno, e con quel suo vecchio tamburo appariscente avvolge la manopola del tempo e scivola via ipercinetico e giocoso mentre continuano a scoppiare le «bombs in the city». A metà fra le sinestesie pacchiane à la Human League e un gusto molto francese per le linee vocali traslucide, il pezzo si muove da solo con una grazia sopraffina che lo porta a immolarsi come garanzia dell’intero disco. Una sensazione di crollo, di abbandono estatico, per una romantica chiamata alle armi. Può una ballata morbidissima e così intensa parlare per un intero album? Possiamo, volendo, già fermarci qui, a questi quattro – perfetti – minuti di nobile bellezza? Non sarebbe corretto nei confronti del grande talento di Bejar, che qui torna a farsi (e fare) domande, a evitare la polemica sterile del cantore di protesta, pronto al proselitismo più bieco. Mai eccessivamente confessionale nè propagandistico, il Nostro fluttua in una psichedelia politica attualissima che pur non riuscendo a fornire risposte, riesce a leggere la nostra realtà. La sincerità dei cori nella malinconia di sax e synth che pervade Tinseltown Swimming in Blood potrebbe far pensare facilmente a un’outtake di Kaputt grazie anche agli ottoni e alle chitarre scintillanti, ma il tonfo sordo di voci e basso danno alla canzone un senso di urgenza e viscosità che mancava nel precedente disco. Brilla regale In the Morning, così in perfetto New Order sound nonché stupefacente richiamo a un Patrick Joseph McAloon contemporaneo in mezzo a un’elettronica sempre più avida. Tutta l’esperienza degli anni novanta, pervasa dai synth, riempita di voci nasali e tamburelli, raggiunge il culmine nell’upbeat di Cover From The Sun, che si profila immediatamente come la canzone pop rock del disco, unendo Pixies, Pete Doherty e bossanova, mentre il downtempo 80s di Saw You at the Hospital offre una cifra pianistica molto interessante.

«Some bullshit for the night», canta Bejar in A Light Travels Down The Catwal, un pezzo portato avanti da un’intensità sconvolgente che sembra uscito da casa Chromatics; e perché non ritrovare i Cure di Disintegration nella sontuosa e militaresca Rome, fino alla ricerca elettronica di pura euforia rumorosa che abbiamo con Sometimes In The World. Minaccia ma non intimorisce il tamburo roccioso che sconvolge la stasi chitarristica e languida di Ivory Coast, storia di pirati e mercenari. Non emergono momenti deboli in questo ken, che scivola dritto verso la conclusione con la compostezza modern classic di La Règle du Jeu in aria di Anna Meredith ma con una veste molto più sgargiante e cabarettisticamente francese. Quasi una sua Blue Monday ma più calda e impudica che completa la palette sonora di questo particolarissimo e irresistibile viaggio nel glorioso flusso della musica.

L’uso che Bejar fa delle frasi comuni, dei riferimenti alla cultura pop e alla letteratura inglese, diverte e suona straniante, da Oliver Twist a Che Guevara passando per Shakespeare; l’approccio di ken non è mai semplice nelle scelte melodiche, né nella ricerca dei testi. L’eloquio vellutato e misurato di Destroyer si poggia sicuro su percussioni elettroniche e un piano maestoso, un po’ di chitarre dissonanti, droni sintetici. Il tutto sempre sbilenco, obliquo ma perfettamente a fuoco, la quintessenza di un artista beffardo.

18 ottobre 2017
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