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7.5

Dopo undici album a firma Destroyer, abbiamo imparato che Dan Bejar è un musicista prezioso, uno di quelli sul quale fare affidamento quando si pensa a musica di ottima qualità. Quattro anni dopo il boom di Kaputt, che lo aveva definitivamente fatto emergere dall’ombra delle nicchie indie, il Nostro torna con un nuovo disco, Poison Season, che si lascia indietro il passato, riprendendo il discorso da un piccolo ma importante episodio quale Five Spanish Songs, EP del 2013. Un passaggio, quello di Five Spanish Songs, che alla luce di Poison Season, appare oggi quasi obbligato: abbandonate le precedenti sfumature di Kaputt – dal soft rock al soul e al blues, passando per disco, funk e jazz -, Bejar si era infatti buttato in un folk atipico e altamente ricercato, fatto di sperimentazioni dal sapore latino e caraibico, con in tasca il santino di Antonio Luque, musicista sivigliano meglio conosciuto con il nome di Sr. Chinarro. Una personalità che Bejar aveva deciso di celebrare attraverso i cinque pezzi dell’EP, ma anche un omaggio alle proprie origini spagnole.

Ed è esattamente questo il punto di partenza di Poison Season: attraverso i 13 brani dell’album, il cantautore costruisce un filo narrativo fatto di suggestioni chamber-pop degne – ancora una volta – di David Bowie (Hunky Dory è una delle influenze dichiarate), unite a strumentazioni orchestrali dove i protagonisti sono soprattutto sassofono e violino, oltre al crooning ispirato dello stesso Bejar. Dall’opening Times Square, Poison Season I, ci troviamo proiettati in una Broadway lontana e opaca, dove la solennità del pianoforte ci guida attraverso un rifacimento personalissimo di un ipotetico West Side Story. Atmosfere maestose che tuttavia non cadono nella trappola di un complicato e inutile snobismo: lo dimostra la successiva Dream Lover, unico pezzo classicamente rock del lotto, subito ribaltato dai violini ipnotici di Forces From Above, testimone, insieme a episodi quali Hell e The River, di uno scenario pop magistralmente orchestrato, barocco e lussureggiante. I quartetti d’archi si uniscono poi all’incanto caraibico citato in precedenza, nella malinconica eleganza di Times Square e nel funk lunatico di Archer On The Beach, oppure nella disco tropicale di Solace’s Bride: un mix di generi che evidenzia la grande eterogeneità di Poison Season, oltre che la volontà di non rifare un altro Kaputt.

Una sfida, questa, esplicitamente dichiarata da Bejar, in grado, ancora una volta, di mescolare le carte, confondendo e infine attraendo l’ascoltatore in una ragnatela di suoni languida e avvolgente, amabilmente citazionista e allo stesso tempo innovativa. Ecco perché Poison Season, pur essendo un disco (anche) decadente e squisitamente retrò, si presenta come una delle migliori opere a firma Destroyer: una prova che, con la solita classe e raffinatezza, testimonia il suono di un artista perfettamente a suo agio con il magnifico caos intorno a lui.

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