Recensioni

Molto forte era il senso di Devendra Banhart per i primi anni del nuovo millennio, quel suo riscoprire incantesimi musicali sotto la polvere e le macerie, canzoni come stregonerie innocenti, prodigi misteriosi, sortilegi dimenticati: una prassi altrimenti nota come prewar folk. Era forte, sì, il buon Devendra, e assai promettente, tanto quanto dispersa e tutto sommato debole appare la sua presenza da una decina d’anni a questa parte. Come se in qualche momento si fosse perduto, fosse venuta a mancargli la terra sotto i piedi, e con essa la tensione, una direzione, uno straccio di motivo per alimentare il meccanismo. Ad appena trent’anni questo statunitense di origini venezuelane sembrava già destinato a fare accademia, avvolto in un bozzolo di classicità senza troppo passato né abbastanza sostanza da lasciare ai posteri. What Will We Be (2009), Mala (2013) e Ape In Pink Marble (2016) erano lavori che tracciavano una linea quasi piatta a ridosso di una sufficienza che sapeva di appagamento anche piuttosto – massì – autocompiaciuto. Sinceramente: avevo riposto ogni speranza nel cassetto delle speranze senza speranza.
Ed ecco, a questo punto – oggi – arriva Ma, album numero dieci, che induce a ulteriori riflessioni. Su quello che Devendra era, su quello che oggi è, sulla continuità e divergenze tra i due. Registrate tra Giappone e (soprattutto) California, le tredici canzoni in scaletta sono una carrellata perlopiù intima (a partire dai testi), quieta e sciropposa di suggestioni bossa, folk e folk-pop, con ampio ricorso ad arrangiamenti orchestrali pseudo-Bacharach che inevitabilmente spostano il tutto su un piano onirico (un attimo prima – o un attimo dopo, dipende anche dai gusti – di precipitare nello zuccheroso). Volendo utilizzare una metafora, come usano fare i bravi recensori, verrebbe da dire che Devendra abbia deciso d’imbarcarsi sulla Love Boat – una crociera nostalgica, cordiale e ipnotica – col probabile scopo di alludere ai misteri che si aggirano sottomarini, sotto la pelle placida di un mare abbacinante.
Ci riesce? In parte sì, nella misura in cui sembra perdersi in un’ossessione che lo coinvolge totalmente, aizzando così l’ispirazione, restituendo un senso di rapimento esotico, una specie di imbuto dimensionale che sa di altrove ma ben innestato nel qui e adesso, come un alieno che manifestandosi racconta assieme se stesso e noi commisurati a lui. Mi riferisco a episodi immersi in languori latini come Abre Las Manos o la languida Carolina, ma pure a quella specie di mambo in acido di Now All Gone (ospite Cate Le Bon). Non mancano insomma momenti di buona, anche molto buona ispirazione – non è affatto male il cartiglio afflitto à la Leonard Cohen di Memorial, così come la conclusiva Will I See You Tonight, capace di sublimare suggestioni Nick Drake e Tim Hardin, col non certo piccolo aiuto di un’ospite come Vashti Bunyan – eppure nel complesso prevale un’impressione di eleganza, di intrattenimento ricercato e vagamente inconsueto ma pur sempre, beh, intrattenimento. Viene in mente, per contrasto, il Destroyer di Kaputt e Poison Season, quella strategia soft rock che riesce a non farti mai dimenticare lo sbriciolarsi delle prospettive dietro lo sfondo madreperla, la vertigine di un’apocalisse che si sta consumando mentre ascolti. Una sensazione simile qui c’è ma ben più sottile e intermittente, a tratti dichiarata (vedi l’eterea The Lost Coast), però troppe volte dispersa in una leggerezza troppo compiaciuta per non sembrare, ohibò, mestiere (Love Song, My Boyfriend’s In The Band).
Se la musica di Devendra Banhart ha mai avuto un senso forte è stato appunto quel mostrarsi e mostrarci la possibilità ancora viva dell’epifania misteriosa, spettro nelle crepe tra tecnologia e archetipo che rende ogni canzone un’apparizione (sgorgata per stregoneria dagli altoparlanti di radio, giradischi e juke-box), capace di abbattere le distanze solo per ribadirne la pregnanza, il valore semantico. Mica poco in un tempo e in un mondo che proprio in quei primi anni Zero s’impegnava come non mai ad alzare barriere culturali (coi mattoni del terrore) e a depotenziare l’esotismo trasformandolo in accessorio (oppure in orpello o minaccia, secondo i casi).
Esperienza ed età hanno reso il Devendra attuale un musicista senz’altro più gradevole, padrone e versatile, meno legato a formule caratterizzanti (tipo il celebre vibrato). Tuttavia, e anzi per questo, appare poco incisivo, dedito a una consapevolezza da salotto, ai viaggi transamericani ben pianificati, con le buone intenzioni e le felici intuizioni affidate all’abbraccio di un’arrendevolezza implicita, invischiate in un privato sempre meno collettivo, sempre meno significativo. C’è saggezza, in quest’ultimo Devendra. E capacità. E acume. Non mancano inoltre sprazzi di cuore. Ma tutto sembra scivolare via. A riempire il serbatoio del rimpianto.
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