• Set
    16
    2016

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Self Released

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Le premesse a Mount Ninji and Da Nice Time Kid non erano proprio delle migliori; anzi, erano proprio disastrose. Un terzo album (Donker Mag) decisamente scarso e insipido, le accuse di plagio a David Ayer per l’estetica di Suicide Squad (costruite ad arte per pubblicizzare entrambi i brand, ci verrebbe maliziosamente da dire), annunci di scioglimento e successive smentite, e soprattutto un teasing mixtapeSuck on Thische non si faceva disprezzare ma lasciava intravvedere probabili derive EDM abbastanza preoccupanti. Tutto sembrava presagire che il più riuscito giocattolino-macina-soldi di Watkin Tudor Jones si stesse inceppando inesorabilmente.

Così invece non è stato, e questo quarto capitolo – seppur lontano dall’essere il loro episodio migliore – si è rivelato un deciso passo in avanti rispetto al deludente Donker Mag e un netto segnale di ripresa dell’act. Le già dette infiltrazioni EDM, preponderanti nel precedente mixtape, si rivelano fortunatamente limitate ad alcuni episodi: il comunque ben funzionante singolo Banana Brain, il featuring con Dita Von Teese Gucci Coochie (in soldoni, una Baby’s on Fire meno riuscita) e la conclusiva – e melodicamente apprezzabile – I Don’t Care; cassa dritta, un plasticoso sapore anni ’90 post-Prodigy e ignoranza libera. Il resto del disco si divide nettamente in due parti: più piaciona e paraculo la prima, più ortodossa ed interessante la seconda. La spassosa intro We Have Candy (impagabile quel «black, like my soul») e l’ottima Daddy aprono il disco nel migliore dei modi; Shit Just Got Real cementa il sodalizio tra i DA e i Cypress Hill, che qui ospitano Sen Dog e vedono Dj Muggs alle basi in diverse tracce del disco. Dopo due brevi divertissement col bambin prodigio Lil Tommy Terror, Rats è invece un deprimente buco nell’acqua: un Jack Black (che già compariva nel video di Ugly Boy) eccessivamente cazzone anche per i suoi standard – ed abbiamo detto tutto – si presta ad un evitabile canto da osteria piratesca che starebbe benissimo in un ipotetico Worst Of dei Tenacious D (Iddio ce ne scampi). Decisamente meglio il secondo tempo, con un bel ritorno al hip hop attraverso un’immersione downtempo e diverse infiltrazioni trap, occasionali rullanti a secco e massaggianti bassi narco(let)tici (Stoopid Rich, Fat Faded Fucked Face, Peanbutter + Jelly). Nel finale tornano anche tentativi di abbozzi più melodici e un cantato che prova ad esulare dal consueto rappato sulla scia della pasticciata Strunk dell’album precedente, ma qui decisamente più riusciti: Street Light, il sinistro waltzer Alien, la fosca ballata Darkling.

Diffidate di chi sostiene che ormai i Die Antwoord siano definitivamente diventati brand: il trio sud africano nasce brand e Ninja, delle sue innumerevoli e furbescmente camaleontiche identità, è l’unica che ha saputo dare a Jones quello stardom che progetti (anche più validi) come Max Normal, The Constructus Corporation eccetera mai avrebbero potuto. Se non amate i DA, difficilmente questo disco potrà farvi passare dall’altra parte della barricata; per i fan, si tratta invece di una gradita ripresa, perché nonostante qualche segnale di stanchezza, il giochino diverte ancora. La domanda a questo punto diventa «per quanto ancora continuerà a farlo?».

23 Settembre 2016
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