Recensioni

7.5

Non sono trascorsi che dodici mesi dall’ultima volta che abbiamo letto su un disco il nome Dirty Projectors, ad accreditare l’identità dei titolari ma anche a battezzare il disco stesso. Il primo lavoro in quindici anni di vita a portare il nome della band newyorchese rischiava, per ironia del destino, di essere anche quello destinato a portarla a termine. Mai come in Dirty Projectors infatti il progetto era apparso tutt’uno con le fattezze del suo fondatore Dave Longstreth, convertito da una band a pieno titolo a un angolino personale dove sfogare le proprie pene d’amor finito, oppure sfoggiare le frequentazioni nel mondo dell’r’n’b che conta.

Sembrava uno di quei punti e a capo in grado di spezzare un percorso per farne cominciare un altro (presumibilmente solista), senonché Longstreth conosce abbastanza bene il proprio mestiere da sapere che anche la vena più intima e autobiografica è pur sempre una maschera che l’artista indossa per dare nuova linfa al suo lavoro. Non tutte le metamorfosi segnano necessariamente una svolta e non c’è contraddizione nel tornare a indossare un vecchio abito di scena anche subito dopo averlo smesso. Swamp Lit Prose è in parte questo, una ripresa delle sonorità caratteristiche del gruppo, troppo precoce per poter far gridare al ritorno alle origini: lo annunciano i tondi rosso-blu in copertina, rimando alla bicromia che ha dominato altre tappe del percorso – il fondamentale Bitte Orca (2009) e, prima ancora, Slaves’ Graves and Ballads del 2004. Nei crediti di copertina ritroviamo poi alcuni componenti della vecchia banda: non certo la corista ed ex compagna Amber Coffin, dedicataria delle struggenti break-up songs dell’album precedente, ma la sezione ritmica di Nat Johnson e Matt Baltin, a ricomporre quel sound quadrato da world music rilocata negli appartamenti del Greenwich Village o, se si preferisce, da prog canterburiano virato verso un innato senso del groove.

Proprio la presenza di un lavoro collettivo  è il primo e più sensibile punto di distacco rispetto al disco precedente, improntato quasi esclusivamente su vocoder e bancone del mixer. Qui la voce di Longstreth disegna ancora armonie complesse, assai più della media indie pop, ma questa volta a tenergli bordone c’è un organico di strumenti suonati che non di rado dirottano quel cantato da soulman bianco verso strade imprevedibili – si ascolti I Found It in U, che riproduce una sorta di break sincopato mandando le percussioni in un saliscendi precipitoso. A saldare ulteriormente il legame col passato, poi, c’è la felice ricomparsa di qualche marchio di fabbrica: una chitarra che ricomincia ad africaneggiare fin dall’apertura di Right Now e i cori femminili, questa volta affidati al supporto esterno di una Amber Mark e una Empress Of di passaggio.

A questo proposito, merita una nota a parte il parco ospiti, non soltanto perché è ricco come e forse più del solito, ma anche perché fa da cartina tornasole dell’identità “in transizione” dei Nostri: se da una parte si invitano Syd e Rostam Batmanglij a rappresentanza delle nuove militanze black ed electro-soul, dall’altra la presenza di Dear Nora e Robin Pecknold (Fleet Foxes) garantisce continuità con il retroterra indie folk. Il risultato è che per una I Feel Energy che sembra omaggiare Michael Jackson, c’è una You’re the one che riscopre il gusto delle ballate campestri. Non si tratta di mera legge dell’alternanza, tanto per accontentare tutti i palati, ma di un modus componendi che tende a comporre brani “per blocchi” oppure “per strati”, fondendo basi ritmiche, performance vocali e tessiture strumentali di estrazione diversa in una mirabile e, per certi aspetti, quasi incredibile armonia d’insieme.Un piede in due (o più) scarpe, degno di chi, come Longstreth, tiene sulle pareti del suo studio di registrazione la foto in cornice di Joni Mitchell accanto a quella di Missy Elliott.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette