Recensioni

7.8

A un poco meno di mese dall’uscita del travolgente tour de force dei 9T Antiope Nocebo, l’etichetta di New York PTP torna con un altro gioiello noise/industrial, questa volta firmato dalla produttrice e DJ di Berlino, Felicia Chen, in arte Dis Fig. Da sempre dedita ad accostamenti imprevisti e a mitraglianti ibridazioni di genere (ascoltate il suo immarcescibile amalgama di Danny Brown e Emptyset per farvi un’idea), negli ultimi anni Chen, ex aspirante interprete jazz, sembra essersi progressivamente avvicinata a una sensibilità più marcatamente industrial, affascinata in particolare dal connubio tra rumore ed espressionismo vocale. Nel febbraio dello scorso anno usciva, sempre per PTP, Excerpt From An Atypical Brain Damage, il suo contributo sonoro alla performance dell’artista cinese Tianzhuo Chen, 13 violenti, agghiaccianti minuti in bilico tra noise atmosferico e power electronics. Nel prodigioso mix realizzato per FACT tre mesi dopo, Chen sembrava quasi presentare i risultati di un suo studio sui limiti della voce, scaraventando in un caldenone noise, tra gli altri, brani di The Body, Pauline Oliveros, Portishead, Pharmakon, Diamanda Galás (l’imprescindibile The Litanies of Satan) e Tori Amos (una versione live all’harmonium di Professional Widow dal Dew Drop Inn Tour del 1996, inclusiva di un sensazionale freakout).

PURGE è il punto di arrivo di una ricerca sonora che ci presenta Dis Fig nella triplice veste di produttrice di elettronica industrial, musicista noise e duttile interprete. Nonostante il disco echeggi molti degli stilemi dei suoi generi di riferimento, in PURGE Dis Fig cattura qualcosa di estremamente personale. Nell’arco di 35 minuti, l’album ipnotizza l’ascoltatore con le sue oscillazioni tra mood introspettivi, anguste derive ambient e incontenibili, laceranti psicodrammi trainati dalle metamorfiche interpretazioni vocali di Chen. Queste ultime, nel passaggio da un brano all’altro, sembrano quasi instaurare un dialogo tra le personalità multiple di un personaggio centrale, un’eroina in fuga da uno stato confusionale-depressivo.

Nel brano di apertura Drum Fife Bugle, un campionario di graffianti rumori, presentati a ritmi irregolari, viene accostato a una fiabesca melodia al flauto e a un crescendo di tromba e trombone: Chen si limita a rantolare in sottofondo, quasi a suggerire un traumatizzante risveglio e l’inizio di un percorso di (auto)scoperta. Il brano successivo, Alive, annunciato da tremolanti, animalesche eco della sua voce, ci precipita in territorio power electronics, accavallando corrosive scariche di rumore, basso e, di nuovo, allarmistiche impennate degli strumenti a fiato. «I came to see if you’re alive», canta Chen. I quattro brani a seguire sono il cuore pulsante del disco, un’ammorbante sequenza di stimoli sonori in cui i sentimenti contrastanti di questo viaggio d’introspezione vengono sviscerati all’insegna dell’imprevedibilità. In Watering i sussurri e lamenti prolungati di Chen sono sospesi su regolari, vibranti drone; dei flebili fruscii e tonfi in sottofondo sembrano suggerire un lento procedere a tentoni nell’acqua. U Said U Were prende il via con dei deboli rantoli, per poi trasformarsi in un’indiavolata corsa industrial-techno scandita dalle urla di Chen e da un implacabile massacro di clap snare.

Il modo in cui Chen, qui e nella successiva Unflesh, utilizza i suoi vocals a mo’ di pattern percussivi, ricorda a tratti gli ultimi lavori di Pharmakon, con la differenza che qui la produzione è quasi sempre sfumata da una sottile scia di rumore o in balia di piccole oscillazioni di volume, quasi a voler ricreare l’ambientazione di una registrazione live. Anche nei momenti più orrorifici, beats e vocals invitano a un ascolto attento, ad apprezzare il dettaglio, anziché puntare ad assordarvi come spesso accade nei dischi che sguazzano in questo tipo di estetica. I vocals avanzano in primo piano e la produzione si fa più limpida, non a caso, nei due momenti più pacati e ristorativi del disco, l’incantevole drone-jazz di WHY e il canto processionale The Hermit, in cui ai vocalizzi chopped di Chen vengono intercalate rovinose esplosioni digitali. A metà strada tra i suoi capitoli più violenti e le sue tirate più riflessive, PURGE accoglie anche l’ascoltatore nei suoi imprevedibili rituali di purificazione.

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