Pharmakon (US)

Biografia

Prima di due sorelle, Margaret Chardiet, in arte Pharmakon, nasce nel 1991 a New York. La prima esperienza musicale arriva intorno ai 17 anni con la nascita del collettivo punk house Red Light District, che inizia a far circolare il nome della giovane musicista nei circuiti underground della metropoli. Dopo aver vissuto per circa quattro anni a Far Rockaway, si trasferisce più avanti al 538 di Johnson Avenue, Brooklyn. Ispirata dai lavori di artisti sperimentali come il duo Yellow Tears & Haflings, e dopo la firma con l’etichetta Sacred Bones – che vede nel roster artisti del calibro di Zola Jesus, David Lynch e Crystal Stilts – l’1 giugno 2013 arriva l’atteso LP d’esordio Abandon. All’interno dei 25 minuti, per un totale di sole quattro tracce (più la bonus track Sour Sap di ben 27 minuti), Margaret sintetizza un’oscura rappresentazione dei problemi esistenziali, su tinte noise degli Swans più cupi, violenta industrial e opprimente psichedelia.

Capita così che una poco più che ventenne americana ci (ri)vomiti in faccia tutto quel malessere, quella angoscia pressante, quella repressa violenza che ci affonda fin dall’urlo che inaugura la via crucis del dolore in Milkweed/It Hangs Heavy”, scrive il nostro Stefano Pifferi nella recensione del disco. ”Non è questione di ciò che è la musica di Pharmakon… …quanto di come è. Densa, imputridita, fastidiosamente oscena. Ossessiva e ossessionante, lacerata, psichicamente malata, com’è intuibile dall’immaginario evocato sin dalla scelta del nome o dalle tematiche affrontate”.

A fine luglio 2014, Pharmakon annuncia il secondo album, Bestial Burden, in uscita ad ottobre. Il disco prende ispirazione da un ricovero in ospedale per un’importante operazione chirurgica. “Percepivo un divario crescente tra corpo e mente. Era come se il mio corpo mi avesse tradito, e agisse come entità separata dalla mia coscienza. Ho pensato al mio corpo antropomorficamente, con una volontà o intenzione propria al di fuori del mio controllo”. In sede di recensione, Stefano Pifferi parla positivamente del disco come di “una sorta di lungo raga maligno elaborato a concetto sull’operazione urgente subita dalla newyorchese e divenuta occasione per una riflessione – cruda, materica, repulsiva – sul rapporto tra corpo e mente e sul ‘tradimento’ di quest’ultimo“.

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