Recensioni

È strana ma al contempo naturale la deriva intrapresa dai Disappears. Nati nel 2008 da una intuizione di Brian Case, in uscita dalla casa madre 90 Day Men, e messi sotto contratto da Touch’n’Go per via di quella accesa vena chitarristica di matrice tra il post-punk e il kraut più spesso, i Nostri hanno presto traslocato in casa Kranky per il fallimento di T’n’Go, pubblicato un paio di dischi – Lux e Guider – di pura hard-psych/kraut reiterata e ciclica, reclutato Steve Shelley dietro la batteria e sporcato via via quel sound monolitico e squadrato di scorie post-punk (Pre Language) sempre meno coese e più pulviscolari (Era).
Ora la questione si fa più complessa, e l’anima “Kranky” finora celata dietro quella più corposa e chitarristica, sembra prendere il sopravvento sullo spessore, essiccando le sonorità (in nuce sempre larvatamente wavey e kraut) un po’ alla maniera dei misconosciuti e dimenticati Hair & Skin Trading Co., tanto che a venire in mente sono certe decostruzioni alla This Heat e i disturbanti panorami del post-punk inglese più affine alle dinamiche dub. Lo scheletrico drumming che dà inizio all’album (Interpretation) è un ectoplasma sfuggente di motorik in negativo, così come la lunga I_O si inerpica sugli stessi territori disidratati. Quando le cose cominciano ad inspessirsi, però, non si torna mai dalle parti degli album precedenti, ma si fa aleggiare sul tutto un velo di algida bellezza, austera e distaccata alla maniera della wave più cold – come avviene in Another Thought – o una recrudescenza di ectoplasmi dub e pulviscolo noise (la title track) che è realisticamente una ipotesi di funk bianco totalmente disidratato e alien(at)o per il terzo millennio.
Una svolta inattesa – per quanto preconizzata dal mini Kone (dub, riverberi, voci che riecheggiavano, post-punk in divenire e altro, concentrato in una manciata di minuti) e da certi passaggi più cupi e ossessivi del precedente Era – e pertanto più che benvenuta in un panorama sempre meno avvezzo a rimettersi in discussione. In definitiva, puro industrial dub-kraut for the vanishing youth.
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