Recensioni

7.3

Al Royal College of Art di Kensington, negli anni Sessanta, nascevano trame e orditi che avrebbero costituito l’immaginario di quella Swinging London psichedelica a liquida. Scorrendo le foto dei manichini o delle sfilate organizzate dagli studenti, sembra quasi di sentire la musica che risuonava in quei laboratori e in quelle passerelle. Linee, quadrati e spirali sullo sfocato delle polaroid contribuiscono a dare un senso di sospensione e di fuga dal tempo. Forse è per questo motivo che la perfetta colonna sonora alle immagini di modelle in tiro dal trucco drammatico e sartorie piene di metri e tessuti potrebbe essere Glowing in the Dark dei Django Django.

Il quartetto londinese arriva al suo quarto disco tirando dritto verso l’art pop che gli è già valso una nomination al Mercury Prize del 2012. Fresco e rovente, vintage e futurista: tra synth, grandi melodie pop, ritmi esotici e chitarre impolverate di sabbia del deserto, eccoci di fronte a un ritorno più che convincente. L’arpeggiatore che introduce l’album accelerando fino all’attacco di Spirals segna l’andamento, un fluire opposto allo scorso Marble Skies che Maclean ci aveva descritto come «un mixtape». In Glowing in the Dark, infatti, più che un fluire di suoni è il formato canzone a emergere incontrastato. Lo si percepisce nel riff circolare di Waking Up, che vede alla voce anche Charlotte Gainsbourg, oppure nel synth rancido della title track, che si sviluppa su di un loop di batteria ossessivo e voci tagliate e incollate nel ritornello.

Un gran bel ritorno, quello dei Django Django. Una band che non ha mai tradito il proprio sound, ma allo stesso tempo è sempre alla ricerca di nuovi scenari su cui stendere la propria identità sonora. Operazione che qui assume ancora più valore, se pensiamo all’impianto concettuale del disco: un invito all’ottimismo e ad abbandonare i porti sicuri. Non a caso, tra spirali e stratosfere, l’immagine più ricorrente è quella di infrangere la gravità. Un po’ come dondolare su Londra intera.

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