Django Django (UK)

Biografia

Le forme dell’onda

Come un’onda multiforme e imprevedibile: quartetto originario di Edimburgo (ma di stanza a Londra) formato sui banchi della scuola d’arte cittadina alla fine degli anni ’00 da David Maclean (batteria e produzione), Vincent Neff (chitarra e voce), Jimmy Dixon (basso) e Tommy Grace (synthesizer), i Django Django hanno spopolato nelle indie chart internazionali nel 2012. Ci sono riusciti con un’esordio omonimo che coniugava il corale scazzo psichedelico della Beta Band alla metronomica retromania dei synth, le organiche melodie del folk al ballabile plastico di matrice indietronica. In pratica, si aggiornava la matrice di breakbeat/hiphop della band di Steve Mason con un approccio più conciso e dance figlio tanto degli Hot Chip quanto dei Metronomy, consapevole tanto delle coeve tendenze della dance music britannica (UK funky) quanto della tradizione westernata/contaminata di un Beck.

La parentela con la Beta Band, del resto, non si limita alle assonanze stilistiche: David è il fratello di John Maclean, tastierista, dj e a sua volta producer della band di culto scozzese, influenza che si nota soprattutto in brani come Firewater, dove è più accentuata la componente pastorale e stralunata. Altrove è la psichedelia sintetica, declinata su territori Super Furry Animals / Gruff Rhys, l’ideale termine di paragone (Silver Rays), come sono le ritmiche UK funky e le melodie più vicine agli Stone Roses a caratterizzare uno dei primi singoli (Waveforms, dall’approccio più incalzante ed elettronico) o il krautrock (e l’ironia) a farla da padrone in Skies Over Cairo.

In pratica, il segreto del successo dell’esordio Django Django – in particolare in terra d’Albione – si basa proprio su questo sospeso e arioso mix tra il naturale e l’innaturale, l’artigianale e il futurista: un canovaccio di melodie circolari che anima una serie di trovate arrangiative che uniscono la fragranza delle chitarre acustiche ed elettriche, amplificate come microfonate. Non ultimo, un drumming delicatamente tribale e un basso angolato pongono le basi di un mimetico richiamo alla radiofonia dei 60s e alla cosmica di certi primissimi Pink Floyd, mantenendo tuttavia i binari della band dritti su un certo ballabile a cavallo tra indie e dance. Su tutto imperano suoni liquidi immersi in un deserto western in stile Morricone.

Nel maggio del  2014 viene pubblicato un mix album dal titolo Late Night Tales: Django Django. Contenente brani di The Beach BoysMassive AttackOutkast e Philip Glass, la raccolta rappresenta secondo Maclean «lo spirito della band, perché siamo cresciuti e ci siamo formati con questi artisti e queste canzoni che facevano parte delle collezioni dei nostri genitori». L’anno successivo il discorso dell’esordio viene approfondito in Born Under Saturn, disco registrato ai Netil House di Londra e agli Angelic Studios di Banbury nel quale la band, sempre sotto la produzione di David Maclean, abbandona le declinazioni DIY del debutto per un sound più compatto e variegato nelle trovate da studio e, in generale, più prodotto. Nella nostra recensione, il disco viene promosso con riserva, per un certo eccesso di compattezza che, se da un lato lo rende più robusto, dall’altro ne blocca la naturale fluidità, al netto di una qualità di scrittura ottima: «Si percepisce un ingrossamento strumentale simile ad un wall of sound spectoriano, in cui i singoli elementi viaggiano quasi sempre all’unisono. È come vedere un enorme elefante sonico muoversi e stopparsi, scattare o tergiversare, laddove prima c’era un ragno divertito che tesseva. La cosa strana è che questa pesantezza viene non tanto dall’apparato sonoro, quanto dalle voci». Il disco, anticipato dai brani (e relativi videoclip) First Light e Reflections, nell’aprile 2015 è in streaming esclusivo per una settimana su SA.

Durante il lungo tour di supporto all’album, nel backstage di un festival, il sempre attento Maclean non si lascia sfuggire uno scorcio naturalistico che non lo lascia indifferente: si tratta di un cielo marmoreo che di fatto sarà il titolo del terzo album dei Django Django. A gennaio del 2018 esce Marble Skies e ce lo racconta lo stesso batterista e produttore del quartetto nel corso di un’intervista durante la quale afferma: «Essendo soprattutto un dj, ho sempre avuto un amore viscerale per i mixtape, e volevo che questo disco suonasse così». L’idea di libertà d’espressione viene rafforzata dalle influenze krautrock, dancehall, jazz e fusion che rappresentano una novità all’interno del variegato e retrofuturistico sound della band, svincolo che per Maclean è focale anche per quanto riguarda gli avvenimenti sociopolitici del biennio 2017-2018: «Sono stanco, sul serio, di Brexit e Trump e robe del genere. Trump per me non è un politico, quindi non sto nemmeno ad ascoltare quello che dice; sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa c’è talmente tanta confusione che nessuno ha ancora ben capito che cosa stia succedendo. Sono stanco di tutto questo, voglio ascoltare buona musica, andare a bei concerti». Una forma di escapismo che probabilmente rinvigorisce la qualità in fase di scrittura: notiamo infatti in sede di recensione che il terzo album dei britannici «forse è il disco più complesso e riuscito dei Django Django. Marble Skies arriva dove il precedente e buono Born Under Saturn non era riuscito, facendo fare il salto ai Django Django, ora band definitivamente consacrata. Se i nostri calcoli sono esatti, fra tre anni da oggi ne vedremo ancora delle belle». L’uscita viene accompagnata da un cd di remix in chiave dub a cura del producer reggae Wrongtom.

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