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    26
    2018

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Because Music

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La prima grande verità sui Django Django è che sono una band che non si fa prendere dalla fretta, e questo lo si intuisce facilmente, visto che impiegano di media tre anni per lavorare su un disco. La seconda, e forse quella più importante, è che le canzoni le sanno scrivere. E bene. Dall’esordio omonimo del 2012 a questo Marble Skies tanto è cambiato nel linguaggio della band originaria di Edimburgo (ma domiciliata a Londra), poco avvezza alla sclerotizzazione su sonorità già masticate e deglutite e, al contrario, curiosa nello sperimentarne di nuove. Per troppo tempo considerati come eredi naturali della Beta Band, per provenienza ma anche perché il fratello di Mclean ne è stato il produttore, i Django al quadrato in Marble Skies spostano i loro radar su altri territori, recandosi prima dalle parti del krautrock tedesco (un loro pallino da sempre) e contemporaneamente andando a bagnarsi i piedi nelle acque della west-coast americana. In mezzo, una tappa nella sporcizia newyorchese del proto-punk dei Suicide di Alan Vega. Un viaggio da una sponda all’altra dell’Atlantico e oltre, in cui i quattro non perdono (quasi) mai la bussola, né l’ispirazione. Per districarsi in questa rete di rotte bizzarre, ci si può aiutare con la puntata di Late Night Tales a loro affidata nel 2014 e che è una sorta di mappa per navigare con più tranquillità nel mare di influenze che ci sono dietro alla loro produzione. La X in questo caso, però, non è il posto in cui scavare, ma quello da cui ripartire verso nuove direzioni.

L’onere di aprire spetta alla efficacissima title track e al suo motorik impazzito che sa tanto di Neu! 4, l’album fantasma (mai finito e pubblicato nel 2010 con il nome di Neu!86) della congrega capitanata da Klaus Dinger; rapida carrellata di camera e ci si ritrova nel dream pop di Surface to Air, che vede la partecipazione di Rebeca Taylor degli Slow Club, leggero divertissement prima di Champagne, psycho-pop tutto Zombies e paisley ispirato da una gitarella alcolica in barca sulla Senna. Il singolo Tic-Tac-Toe è uno dei pochi momenti (insieme a In Your Beat) i cui emergono i vecchi Django’s, con quei suoni e con quelle soluzioni compositive che li rendono riconoscibili tra mille. Un po’ meno brillanti quelli in cui sembrano degli svogliati BRMC (Further), ma nell’economia di un disco del genere ci sta qualche sbandata. Nella centralissima ed eterea Sundials (il punto più alto del disco) fa capolino Jan Hammer, tastierista ceco-americano collaboratore di Mahavishnu Orchestra, Jeff Beck e Billy Cobham e autore nientepopodimeno che del tema di Miami Vice. Più che un disco, Marble Skies con i suoi repentini cambi di direzione sembra la programmazione radio di un GTA qualsiasi, sorta di time-lapse (proprio come quello del video della già citata Tic-Tac-Toe) della musica dagli anni cinquanta ai giorni nostri. Chiudono i giochi la giorgiomoroderiana Real Gone e la sognante Fountains, che mettono il punto, sia fermo che esclamativo, a quello che forse è il disco più complesso e riuscito dei Django Django.

Marble Skies arriva dove il precedente e buono Born Under Saturn non era riuscito, facendo fare il salto ai Django Django, ora band definitivamente consacrata. Se i nostri calcoli sono esatti, fra tre anni da oggi ne vedremo ancora delle belle.

25 Gennaio 2018
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