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7.5

Le crisi sono opportunità? Dipende da molte variabili: margini di manovra, condizioni di partenza, puro e semplice culo, tanto per dirne qualcuna. Dipende anche dal tavolo che decidi di rovesciare, e se vuoi farne una zattera o accenderci un fuoco. In ogni caso, ci sarà sempre chi non rinuncerà a vederci del buono, nelle crisi. Ad esempio, la battuta più cinica che ho letto sui più perfidi profili social dopo un mese di lockdown è stata: “se non altro quest’anno niente Concertone del primo maggio”. Abbiamo visto poi com’è andata. Mutazione, adattamento, adeguamento. L’intimizzazione dell’evento pubblico, o viceversa, ai tempi di Zoom.

Insomma, il concerto come evento da salotto esposto al mondo è stato uno degli accordi dominanti nella cassa armonica disabitata del lockdown. E intanto le prospettive per i concerti in presenza si perdevano (si perdono) nella nebbia delle ipotesi, vaporizzando certezze e mezzi dei musicisti e di tutti quelli che sui concerti piccoli e grandi contano per raccapezzare un reddito, per tenere in piedi un mestiere. Certezze vaporizzate tra le molte altre, certo, tra cui quelle meno urgenti ma ugualmente necessarie del pubblico, che pubblico chissà quando mai tornerà a essere. Ah, la favola della crisi e delle opportunità.

Ma ecco che in quel primo maggio in cui il Concertone accadeva comunque celebrando una specie di istituzionalizzazione del concerto a distanza – editato e formattato, immunizzato nel non luogo diffuso, illuminato dalla retorica asettica del “lontani ma vicini” – accadeva qualcosa di controcorrente, un gesto eretico e sottilmente eversivo: dalle parti di Castrocaro, quattro musicisti salivano su un palco allestito dalla Lombardi Amplificazioni in direzione valle del Montone. E, come dire, suonavano. Mantenuta la minima distanza consentita, suonavano. E suonando – di fronte a una grande platea deserta – producevano il pubblico, la sua presenza necessaria. «Sentiamo i vostri applausi anche da questa distanza siderale», dice alla fine di un pezzo Antonio Gramentieri, chitarrista e principale artefice dell’evento, attorno al quale stanno radunati i colleghi Nicola Peruch (tastiere), Roberto Villa (basso) e Vince Vallicelli (batteria e voce). I quattro, diversamente privati del loro presente tra tour annullati e progetti sospesi, per una sera hanno riallacciato i cavi al qui e ora. Hanno suonato e registrato. Ne è uscito un disco – The Lockdown Blues – che suona come una cicatrice.

Le note tecniche tengono a ribadire che non è stato aggiustato niente, nessuna sovraincisione. In questo caso non si tratta di un ingrediente per rendere più piccante il senso di genuinità, ma di pura e semplice congruenza: questo blues intriso di umori latini, disposto a sgranarsi desertico e sul punto di arroventarsi psych, è il risultato di una connessione in presenza, è complicità umorale, affinità simultanea. Questo suono – che accade all’interno di canzoni/stanze – reclama la mancanza di intermediazione tecnologica, si dichiara estraneo allo spaziotempo vaporizzato e riassemblato nella sincronicità pseudo-reale del remoto, alieno alla natura lenitiva e consolatoria dello streaming pantofolaio.

L’interplay qui è un linguaggio che si accende in presenza, per l’attrito tra sguardi, intenzioni, intuizioni, sensibilità, volontà: quello che sentiamo è una comunità che non può permettersi immunità, pena il non esistere. I brani – pescati perlopiù dal repertorio di Don Antonio e Vallicelli – subiscono una rilettura tesa e sfrangiata, vedi le farneticazioni acide di A14 o il gothic terrigno di La fevra (dove Vallicelli esibisce tutta la sua capacità di smontare il blues e rimontarlo nella crepa tra Romagna e Mississippi), vedi gli struggimenti in chiaroscuro di Mestizo e l’estro ruspante tex-mex di Amorcantando, vedi la cover di Crawling Back To You che spedisce Tom Petty tra letargie Jason Molina e fantasmi elettrici Neil Young. Poi ancora, prendi i cartigli acidi – da qualche parte tra Santana e The Doors – di Al mi radis, o quella title track che sgranocchia blues con la padronanza sbruffona degli Stones e l’hammond in fregola Brian Auger, infine l’impressionismo cinematico Ry Cooder di Alma e le pennellate astratte di Quattro mistico.

Facciamola breve: l’emergenza giustifica ogni soluzione, certo, a patto che di emergenza si tratti e con la prospettiva – l’augurio – che emergenza non sia mai più, che la soluzione non diventi sistema. In ogni caso, se il qui e ora ha un senso applicato all’accadere della musica – tu chiamalo, se vuoi, concerto – The Lockdown Blues sembra esistere per ricordarcelo.

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