Neil Young (CA)

Biografia

Dalla metà dei 60s Neil Young è assieme punto di riferimento e scheggia anomala del folk rock USA (malgrado le origini canadesi). La sua personalità obliqua, i cambi di stile e d’umore, la calligrafia ora lunare e ora travolgente, in bilico tra ruvidezza elettrica e malanimo acustico, tra azzardo e tradizione, ne fanno uno degli autori più particolari dell’ultimo mezzo secolo in ambito popular. Dopo aver attraversato da protagonista (pur con qualche clamoroso calo d’ispirazione) la parabola del folk rock con attitudini psichedeliche, sia da solo che in compagini formidabili come Buffalo Sprignfield e CSN&Y, regalando ballate indimenticabili alternate a cavalcate potenti, Young si è guadagnato un soprassalto di notorietà profilandosi come “padrino del grunge” grazie ad album dal marcato piglio elettrico come Freedom e soprattutto Ragged Glory.

L’ascesa del loner

Nato il 12 novembre del 1945 a Toronto, Neil Percival Young crebbe nella piccola Omemee. Dopo la separazione dei genitori si trasferì dodicenne con la madre a Winnipeg, grande città – mezzo milione di abitanti – nella provincia di Manitoba, dove la passione per la musica iniziò a concretizzarsi. Formò i primi gruppi rock (tra cui The Squires e i Mynah Birds) e fece la conoscenza di Stephen Stills. Nel 1966, dopo che l’arresto di Rick James soffocò sul nascere l’avventura dei promettenti Mynah Birds, Young si trasferì assieme al bassista Bruce Palmer a Los Angeles, città in cui i due incontrarono Stills.

Fu la scintilla che diede vita ai Buffalo Springfield (Young, Palmer e Stills, assieme a Richie Furay e Dewey Martin), band tanto effimera (dura un paio di anni) quanto cruciale, i cui tre album (l’omonimo del ’66, Buffalo Springfield Again dell’anno successivo e Last Time Around pubblicato nel ’68 con la band già di fatto disgregata) ottennero un ragguardevole consenso, spianando la strada ai futuri successi dei due leader Stills e Young.

Young si accasò poi con Reprise Records, con la quale diede alle stampe nel novembre 1968 l’omonimo esordio solista, album ambizioso e discontinuo, dal sound quasi barocco, che aveva il merito di contenere solo un paio di gemme come l’emblematica The Loner e l’allucinata The Last Trip To Tulsa. Molto meglio fece il lavoro successivo Everybody Knows This Is Nowhere, uscito sette mesi più tardi, il primo firmato assieme ai Crazy Horse (all’epoca Danny Whitten, Ralph Molina e Billy Talbot). Più ruspante e genuino del predecessore, quasi un live in studio, catturava il talento per la digressione acida che sarà marchio di fabbrica soprattutto in pezzi-monstre come Cowgirl In The Sand e Down By The River, mentre Round & Round si addentrava in territori più onirici e Cinnamon Girl si proponeva come ordigno pop-rock perfetto coi suoi tre minuti intensi e brucianti.

“Being a musician enables a person to bend the notes and express things that are inside you, no matter what”

Imboccato il solco di una carriera solista più che promettente, nel ’69 Young si fece convincere da Stills a percorrere un pezzo di strada assieme al trio Crosby, Stills & Nash. Ne scaturì un tour fortunatissimo, preludio al successo dell’album in studio Déjà Vu (marzo 1970) e del doppio live 4 Way Street (aprile 1971). Per Young però era venuto il momento di iniziare a correre forte in solitario: nello stesso periodo incise (con i Crazy Horse, Nils Lofgren e Jack Nitzsche) e pubblicò uno dei suoi capolavori, After The Gold Rush (agosto 1970), album di folk rock visionario e lunare, con qualche lancinante concessione elettrica, che di fatto costituisce una delle prime importanti codificazioni della calligrafia younghiana. La malinconia appassionata di Only Love Can Break Your Heart, l’esortazione languida di Don’t Let It Bring You Down, l’invettiva febbrile di Southern Man e l’ecologismo allucinato della title-track sono forse i pezzi migliori di un album ispiratissimo.

Nonostante i problemi alla schiena che ne invalidarono la mobilità obbligandolo ad un intervento chirurgico, si trattò di un periodo fertilissimo, visto che di lì a poco il Nostro iniziò a lavorare sull’album successivo. Le registrazioni presero molto tempo ma sfociarono in un altro disco capitale: Harvest, pubblicato nel febbraio del 1972, rappresentò la consacrazione per Young. Inciso con gli Stray Gators (Nitzsche più il chitarrista Ben Keith, il bassista Tim Drummond e il batterista Kenny Buttrey) e con ospiti quali CSN, Linda Ronstadt e James Taylor, il qui presente è un lavoro che affonda ancora di più la penna nel calamaio country-folk (vedi la title-track, Out On The Weekend e la solare Heart Of Gold), talvolta allungandolo di blues elettrico (Are You Ready for the Country?). Notevole il tentativo di alzare l’asticella dell’ambizione con due pezzi di pop sinfonico come A Man Needs a Maid e There’s a Word (ospite la London Symphony Orchestra), bilanciati da spasmi elettrici come Alabama e Words (Between the Lines of Age), anche se l’apice del disco va individuato nei due minuti chitarra-voce di The Needle and the Damage Done, cartiglio serico e disperato inciso durante un’esibizione live ma perfetto nella sua fragile, indolenzita luminosità.

Tre volte dolore

Nel settembre di quell’anno nacque il figlio Zeke, frutto della relazione con l’attrice Carrie Snodgress, al quale purtroppo fu diagnosticata una menomazione cerebrale. Le morti ravvicinate del chitarrista dei Crazy Horse, Danny Whitten, e del roadie Bruce Berry furono le micce che innescarono il periodo della cosiddetta “trilogia del dolore”, tre anni (’73-’75) per tre album tra i più disincantati, disperati e cupi mai prodotti da Young e da tutto il country rock americano. Time Fades Away, uscito nell’ottobre del ’73 (e mai ristampato in CD), conteneva otto incisioni live di pezzi inediti, tutti risalenti allo stesso anno tranne Love In Mind (incisa nel ’71, la stessa sera di The Needle And The Damage Done). La qualità del suono non è eccelsa, poco più che un bootleg, ma i pezzi ammaliano per la loro fosca aura, dalla sferraglainte title-track all’acida Last Dance, passando dal malanimo fioco di Journey Through The Past e The Bridge, mentre Don’t Be Denied è un’invettiva nostalgica rivolta al fantasma di tutti i rimpianti.

Pochi mesi dopo – luglio ’74 – arrivò On The Beach, frutto di sedute d’incisione sparse e febbrili assieme a membri dei Crazy Horse e ad amici quali David Crosby, Graham Nash, Levon Helm e Rick Danko. E’ un album assieme mesto ed epico, in cui momenti di aggraziata malinconia (See the Sky About to Rain, Motion Pictures) si alternano a ballate solenni (Ambulance Blues, la title track) e ghigni sferzanti (Walk On, Vampire Blues).

“And there ain’t nothin’ like a friend who can tell you you’re just pissin’ in the wind”

Meno di un anno più tardi (giugno ’75) uscì Tonight’s The Night, registrato in realtà ai tempi delle prime incisioni per On The Beach assieme a Talbot, Molina, Keith e Nils Lofgren. Più di ogni altro è il disco legato al trauma per la morte di Witten e Berry, un vero e proprio concept album in questo senso. Whitten duetta persino con Young in un pezzo recuperato da vecchie incisioni live, Come on Baby Let’s Go Downtown, mentre la title track, World On A String e Albuquerque esplorano diversi gradi del senso di Young per la disperazione. Disco sporco, diretto, avvolto in un’atmosfera di disagio irrecuperabile, eppure capace di un languore stordente (Tired Eyes, Borrowed Tune – con la melodia presa in prestito da Lady Jane degli Stones), stabilisce con geniale inconsapevolezza uno standard per l’Americana proiettata verso la futura dimensione alternativa.

Visioni (rugginose) di Zuma

Con Zuma, pubblicato nel novembre del ’75, la depressione sembra essere alle spalle. E’ un album dalle sonorità ben più definite, coi Crazy Horse tornati ad essere backing band a tutti gli effetti grazie all’ingresso in formazione del chitarrista Frank Sampedro. Il dosaggio tra elettricità ispida e ciondolio languido rende particolarmente gradevole la mistura folk rock di Don’t Cry No Tears, è bello il tocco malinconico di Pardon My Heart e di rilievo il piglio sferzante di Drive Back, ma il capolavoro del disco è sicuramente Cortez The Killer, lunga beccheggiante ballata condita di tensione apocalittica e visioni incandescenti. Era il preludio ad una fase più serena che lo vide licenziare il tiepido Long May You Run (settembre ’76) assieme a Stephen Stills, l’abbastanza sfocato American Stars ‘n Bars (giugno ’77) assieme ai Crazy Horse – che tra brani country piuttosto autoindulgenti (in piena esplosione punk!) aveva se non altro il merito di contenere il cavallo di battaglia Like A Hurricane – e un Comes A Time (ottobre ’78) che tentava di recuperare l’incanto folk rock di Harvest (ospite ai cori troviamo Nicolette Larson), finendo per sembrarne un riflesso abbastanza patinato, potendo peraltro vantare pezzi più che dignitosi come Look Out For My Love, Human Highway o la title track.

“I think if you don’t have some obsession in your life, you’re dead”

Quindi, con uno dei tipici scarti a cui Young aveva ormai abituato i fan, nel luglio del ’79 fece uscire Rust Never Sleeps, nove pezzi inediti frutto di incisioni live avvenute tra il ’76 e il ’78. Ballate folk-rock ad alta intensità (Pocahontas, Powderfinger) e spurghi ai limiti dell’hard (Welfare Mothers, Sedan Delivery) che trovano nella geniale contrapposizione tra l’acustica My My, Hey Hey (Out Of The Blue) e la furibonda Hey Hey, My My (Into The Black) il riflesso perfetto.

L’intensità e la brillantezza di questo lavoro riportarono Young al centro della scena rock, posizione consolidata dal travolgente Live Rust, album live (il suo primo vero e proprio pensato come una antologia dal vivo) dalla doppia anima, acustica ed elettrica, accompagnato da un film che ben documenta la visionarietà travolgente e sgangherata (effetti e presenze sceniche ispirate liberamente a Star Wars di George Lucas) del rocker canadese.

Prigioniero (comunque) del r’n’r

Gli anni Ottanta videro Young alternare lavori di stampo tradizionale ad azzardi sperimentali, riuscendo ad evitare la trappola delle prevedibilità, però fallendo l’appuntamento con l’intensità dei dischi migliori. Se Hawks & Doves (novembre 1980) opponeva un lato rock ad uno country senza particolari vette compositive (a parte la bella Little Wing, peraltro scritta cinque anni addietro per il mai realizzato Homegrown), flirtando nei testi con un certo conservatorismo politico che gli fu subito rimproverato, col successivo Re-ac-tor (novembre ’81) il musicista mise in fila otto tracce ad alto tasso elettrico ed elettronico, distorte ed incendiarie, per una scaletta tra le più febbrili e tese della sua intera discografia, quasi una reazione (appunto) al piglio travolgente di tanto post-punk e new wave. L’utilizzo del sintetizzatore synclavier diverrà una sorta di viatico per la forte, sorprendente impronta sintetica di Trans (dicembre 1982), album che sconcerterà i fan – disorientati anche dall’utilizzo massiccio del vocoder – ma che subirà una parziale rivalutazione grazie alla presenza di canzoni notevoli (su tutte Transformer Man) e all’interpretazione che ne dette più avanti lo stesso Young, spiegando che si trattava di una sorta di concept sulla malattia del figlio autistico.

“If you follow every dream, you might get lost”

Nell’agosto dell’83 uscì Everybody’s Rockin’, a nome di Neil Young e gli estemporanei The Shocking Pink, sorta di divertissement rockabilly (quattro su dieci le cover) scelto dalla Geffen al posto del mai pubblicato Island In the Sun (che avrebbe dovuto essere un album country rock) e destinato ad un clamoroso insuccesso commerciale. Dopo due anni di silenzio discografico ravvivato da beghe legali con la stessa Geffen, nell’agosto ’85 uscì Old Ways, disco dall’impostazione country spiccatamente tradizionale (e tradizionalista) che vide all’opera molti ospiti (tra cui Willie Nelson), a cui fece seguito l’anno successivo il blando Landing On Water, pasticcio tra synth-pop e hard rock senza una sola canzone memorabile. Questa fase scialba della carriera di Young si concluse con Life, del luglio ’87: di nuovo coi Crazy Horse, il Nostro saluta la Geffen con almeno due pezzi notevoli, l’epica Prisoners Of Rock’n’Roll e la palpitante When Your Lonely Heart Breaks.

Padrino dell’angelo caduto

Il passaggio alla Reprise coincise, nell’aprile del 1988, con un album che ravvivò le sorti della sua carriera: This Note’s For You, inciso in chiave soul assieme agli estemporanei Bluenote, oltre a caratterizzarsi per lo spiccato intento parodistico nei confronti delle proposte musicali di MTV, poteva annoverare una scrittura più robusta ed un’interpretazione di nuovo incisiva. Anticipato dall’EP Eldorado (aprile ’89) contenente la lancinante Cocaine Eyes, Freedom (ottobre 1989) segnò un ritorno al rock potente, per quanto inframezzato da episodi country e soul. Su tutti ovviamente spicca l’inno Rockin’ In The Free World, cavalcata impetuosa nonché sorta di manifesto adottato dalla nascente scena grunge. Ragged Glory, del settembre ’90, traccerà assieme ai Crazy Horse (ormai stabilizzati nel trio Sampedro, Talbot e Molina) un discorso ancora più crudo e noisy, con le distorsioni lanciate a palla e inni travolgenti come Love To Burn, Mansion On The Hill e Love And Only Love. Fu una rinascita, che coincise non a caso col miglior album live di Young, il doppio Weld (ottobre 1991), contenente tra le altre una versione strepitosa di Cortez The Killer. Vi fu anche una tiratura speciale di Weld in tre CD contenente l’album sperimentale Arc, una unica traccia di oltre mezz’ora composta da feedback con effetto pseudo-Sonic Youth, sorta di patchwork – pare – allestito montando intro e outro delle canzoni incise in tour.

Dopo tanta elettricità, Harvest Moon (ottobre ’92) celebrò il ventennale di Harvest rinculando in un country rock patinato ai limiti del lezioso, però sorretto da una scrittura davvero ispirata: assistito da una pletora di amici musicisti (tra cui Linda Ronstadt e James Taylor, già in Harvest), sforna instant-classic di Americana contemporanea come Dreamin’ Man, From Hank to Hendrix, Unknown Legend e la title track. Dopo l’antologico Lucky Thirteen (1993, con quattro, inessenziali inediti) e Unplugged (giugno 1993) inciso per la celebre trasmissione di MTV, nell’agosto del ’94 uscì Sleeps With Angels, titolo dedicato alla memoria di un Kurt Cobain che l’8 aprile precedente si era suicidato scrivendo in calce alla lettera di congedo una citazione da My My, Hey Hey: “It’s Better To Burn Out, Than To Fade Away”. Album amaro e a tratti rabbioso (vedi la quasi noise-punk Piece Of Crap) ma ancora percorso da un senso di dolcezza calda, visionaria e spiegazzata. L’anno successivo la connessione tra Young e la scena grunge trovò un altro, definitivo punto di contatto con Mirrorball (giugno ’95), album inciso assieme ai Pearl Jam – anche se per diatribe sui diritti il nome della band non compare tra i credits – come una sorta di live in studio. Elettricità, impeto e un po’ di trasandatezza costituiscono un album cui non avrebbe guastato una maggiore cura in fase di composizione, il cui merito principale e non certo trascurabile è la grana appassionata e immediata da residui freak ancora combattivi (I’m The Ocean e Throw Your Hatred Down i pezzi migliori, Downtown la potenziale hit per le radio). Da segnalare l’uscita pochi mesi più tardi di Merkin Ball, EP di due canzoni (le belle I Got Id e Long Road) composte da Vedder ed incise durante le stesse sessioni.

“A job is never truly finished. It just reaches a stage where it can be left on its own for a while”

Nel febbraio del ’96 fu la volta di Dead Man, soundtrack dell’omonimo film di Jim Jarmusch con Johnny Depp, composta da suggestive improvvisazioni di chitarra ispirate dalla visione stessa della pellicola. Di lì a poco la premiata ditta Young & Crazy Horse tornò con Broken Arrow (luglio ’96), puro esercizio di stile folk-rock elettrificato dai cascami visionari che non aggiunge nulla di inaudito al repertorio, concedendo quale unica curiosità la cover di un pezzo di Jimmy Reed (Baby What You Want Me to Do) incisa a bassa fedeltà durante un secret show. Seguì il doppio live (anche un documentario diretto da Jim Jarmusch) Year Of The Horse (ottobre ’97), che vede in scaletta pezzi storici assieme alle ultime composizioni. Poi quasi tre anni di silenzio discografico, durante i quali Young compose e registrò le canzoni di Silver & Gold (aprile 2000), album dalla nitida impronta country-folk a tinte tenui (ospiti, tra gli altri, Linda Ronstadt ed Emmylou Harris), con il nostalgico omaggio al passato di Buffalo Springfield Again a guadagnarsi favori in veste di singolo. Lo Young che si affacciava sugli anni Zero era quindi un artista estremamente consapevole del proprio status di reduce da una stagione irripetibile, anche se già Road Rock Vol.1 (dicembre 2000) metteva in chiaro come la tempesta elettrica – almeno dal vivo – fosse lungi dal volersi placare.

Vivere con gli anni Zero

Iniziò quindi un decennio di oscillazioni imprevedibili, come se Young giocasse con gli azzardi e i vezzi di tutta la carriera riproponendoli e rilanciando verso direzioni spesso improbabili, cavandosela spesso solo grazie ad un’aura di ineffabile genuinità. E’ il caso di Are You Passionate? (aprile 2002), album numero venticinque, caratterizzato da movenze soul con pochi slanci rock (uno è Let’s Roll, dedicato alle vittime dell’undici settembre) che riecheggiano le atmosfere di This Note’s For You. Nell’agosto del 2003 uscì Greendale, un concept a tratti velleitario su una famiglia implicata in situazioni problematiche e ambientato in una cittadina degli States profondi, da cui fu tratto anche un fumetto.

“And as an afterthought, this too must be told: Some people have taken pure bullshit and turned it into gold”

Smaltito senza conseguenze un aneurisma che lo colse nel marzo del 2005, con Prairie Wind (settembre 2005) Young celebrava il ritorno sui sentieri del folk rock semiacustico, reso agrodolce dalla morte di Scott Young, padre di Neil, cui il disco è dedicato, mentre con Living With War (maggio 2006) si scagliava contro l’amministrazione Bush per la scelta di intraprendere il conflitto contro l’Iraq.

Più che il valore dei pezzi, comunque dignitosi, l’impeto ed il piglio aggressivo senza alcuna parafrasi fece di quest’ultimo lavoro un vero e proprio caso, ricordando l’atteggiamento di contestazione del rock nei 60s e nei 70s, che nelle versioni presenti in Living with War: “In the Beginning” (dicembre 2006) – in pratica i nastri col missaggio originale, nudo e crudo, degli stessi pezzi – si esaltavano ancor di più.

Mentre prendeva vita la lungamente annunciata pubblicazione degli archivi (notevoli il 1971: Live at Massey Hall – in solitario acustico – ed il Live at Fillmore 1970 con i Crazy Horse), Young decise di dare un seguito ad un leggendario album fantasma: Chrome Dreams II (ottobre 2007) – il cui titolo riecheggia l’album “perduto” del 1977 che conteneva pezzi poi finiti sui lavori successivi (American Stars And Bars, Comes A Time, Rust Never Sleeps…) – ha se non altro il merito di recuperare pezzi lasciati per strada (Beautiful Bluebird, Boxcar e la fluviale Ordinary People) beccheggiando tra folk, country e rock con puntatine soul.

L’episodio successivo fu Fork In The Road (aprile 2009), sorta di concept sul tema dell’auto ad energia elettrica caratterizzato da un sound ruvido, aggressivo e ruspante, quasi un instant-album inciso senza perdere troppo tempo a rifinire scrittura e arrangiamenti: ne guadagnava l’immediatezza, ma i pezzi mostravano un po’ la corda. Il 2009 va però ricordato come l’anno in cui finalmente uscì The Archives Vol. 1 1963–1972, box set in otto CD e un DVD contenenti live, registrazioni rare e inedite e il film Journey Through The Past. Sulla stessa scia, a dicembre uscì Dreamin’ Man, live acustico in solitario risalente al ’92 che lo vede interpretare tutto Harvest Moon.

Old adventures in hi-fi(?)

Gli anni Dieci si aprirono col sorprendente Le Noise (settembre 2010), frutto della collaborazione col produttore e musicista Daniel Lanois e caratterizzato da un uso plastico di riverberi e delay col quale si tenta di giustificare sia le canzoni che l’operazione, in realtà piuttosto mediocre. La pubblicazione del live A Treasure (giugno 2011) contenente incisioni del 1984-’85, in pieno trip country altezza Old Ways, può essere vista come una sorta di appetizer per Americana (giugno 2012), undici riletture di traditional della cultura USA e anglosassone che se non offrivano particolari momenti di interesse, celebravano comunque una nuova collaborazione coi Crazy Horse dieci anni dopo Greendale ed un ottimo viatico per un disco straordinario come Psychedelic Pill (ottobre 2012), doppio CD carico di cavalcate acide, accese tra incendio e visione, come nella più intensa tradizione Neil Young & Crazy Horse. In questo stesso periodo fa molto parlare il progetto Pono, un lettore di file audio digitali ad alta risoluzione/qualità ideato e finanziato dallo stesso Young.

A Letter Home (aprile 2014) fu invece un’altra delle ormai tipiche bizzarrie sconcertanti di Young: prodotto assieme a Jack White, mette insieme una dozzina di cover (pezzi firmati Dylan, Ochs, Springsteen, Hardin…) incise chitarra-voce in una cabina Voice-o-Graph restaurata, con effetto ultra lo-fi. Poco più che uno sfizio d’artista, insomma. Nel novembre dello stesso anno, ispirato anche – pare – dall’amore per la nuova compagna (l’attrice Daryl Hannah), Young fa uscire Storytone, dieci tracce venate di impegno ecologista presentate in versione solo e con l’accompagnamento di una grande orchestra: non eccelsa la scrittura, abbastanza pacchiano il risultato finale.

Nel giugno 2015 esce The Monsanto Years, inciso assieme ai Promise Of The Real (band di Luka Nelson, figlio di Willie Nelson), combattivo concept contro i danni ecologici ed economici provocati, secondo Young, da multinazionali come Monsanto e Starbucks. Nello stesso periodo, Young fa parlare di sé per l’iniziativa di togliere tutto il proprio repertorio dai servizi di music-streaming.

“I have so many opinions about everything it just comes out during my music. It’s a battle for me. I try not to be preachy. That’s a real danger”

Un anno più tardi, al culmine del tour mondiale assieme ai Promise Of The Real, esce Earth, sorta di concept che raccoglie recenti esecuzioni live (sempre assieme alla band di Nelson) di pezzi che rimandano all’impegno ecologico di Young, pescando dall’ultimo lavoro come da Ragged Glory (3 pezzi), Harvest Moon, Landing On Water e Sleeps With Angels, e regalando altresì versioni piuttosto ispirate di After the Goldrush e Vampire Blues, a cui vengono giustapposte registrazioni di rumori ambientali (non invadenti, per fortuna). In un certo senso, Young sembra volerci dire che l’impronta civile e segnatamente ecologista delle ultime produzioni non è un vezzo senile, ma un’inclinazione che ne ha da sempre caratterizzato la poetica. Come difatti chiosa Giulio Pasquali in recensione, è «una bizzarria, insomma, ma perfettamente in linea con quello che l’autore fa da sempre, come consueto è il fuoco che anima le belle esecuzioni dei brani».

Improvviso – una modalità peraltro ormai abituale – a dicembre arriva l’album numero trentasette: Peace Trail, registrato velocemente (quattro giorni) negli Shangri La Studio di Rick Rubin, è un album di canzoni piuttosto ispirate che però deve i principali motivi di interesse all’idea sonora, una interazione selvatica, aperta (quasi disarticolata) e cruda tra chitarra, armonica (amplificata) e batteria (affidata all’ottimo Jim Keltner, uno che nei settanta ha suonato con mezzo mondo, da Tom Petty a Elvis Costello passando da J.J. Cale ai Rolling Stones). Detto degli azzardi frugal-sperimentali di My Pledge (caratterizzato da un autotune sconcertante) e My New Robot (dove invece il vocoder rievoca atmosfere Trans, non senza risvolti nostalgici), la grana lo-fi beneficia di una vena tornata ruspante in pezzi come John Oaks e nella notevole title track.

Dopo l’ennesimo tour de force discografico, il 2017 sembrerebbe un anno interlocutorio, comunque ravvivato da un’uscita molto attesa: a settembre viene pubblicato Hitchhiker, album del 1976 registrato in acustico (chitarra, armonica, in una traccia anche il pianoforte) negli Indigo Ranch Studios di Malibu assieme ai fidi David Briggs e Dean Stockwell. Rimasto inedito per quarantuno anni, contiene otto canzoni poi finite in altri lavori (la title track addirittura in Le Noise del 2010) e due inediti (Hawaii e Give Me Strenght). Spicca tra le altre una Powderfinger che sembra trovare in questa versione più intima la sua reale dimensione, assieme potente e fragile, visionaria e affranta. Ulteriori sorprese, come ormai spesso capita con Young, sono però dietro l’angolo: senza alcun preavviso viene annunciata l’uscita a dicembre di The Visitor, album inciso ancora coi Promise Of The Real a un anno di distanza da Earth. Si tratta di un lavoro spiccatamente politico, come del resto il precedente di inediti, nel caso specifico contro la presidenza trump: a partire dal singolo Already Great, le cavalcate folk-rock ad alto tasso elettrico prendono di mira il neo-gigantismo USA con la tipica mancanza di riguardo e quel po’ di trasandatezza che caratterizzano le ultime opere del canadese, in special modo quelle pubblicate in modalità “instant album”, come chiose urgenti del presente. Va detto che, come ben sostiene Carmine Vitale in sede di recensione, si tratta di difetti ampiamente assolti da una sorta di “candido livore”, come solo Young sembra in grado di fare.

“My archive project is a multiedged sword”

In contemporanea a The Visitor, il primo dicembre ai fan viene riservata un’altra sorpresa, tanto inattesa quanto clamorosa: viene annunciato neilyoungarchives.com, un portale che, previa registrazione, offre la possibilità di ascoltare tutto il materiale inciso da Young nel corso della carriera, compresi gli inediti, i live e i dischi fantasma di cui viene annunciata la graduale pubblicazione. La possibilità di scegliere la qualità audio, la grande quantità di informazioni nonché la presenza di immagini e filmati rari, lasciano intendere che questo progetto – covato per anni – potrebbe rappresentare un riferimento per le modalità di distribuzione di musica in modalità liquida. Inizialmente l’accesso ai contenuti è gratuito, ma a quanto sembra sarà necessario versare una quota a partire da giugno 2018, quando con ogni probabilità verrà reso disponibile altro materiale.

Il 2018 si apre con la notizia di un nuovo, sorprendente progetto: Paradox è un film scritto e diretto dalla sua compagna, l’attrice e regista Daryl Hannah. Si tratta di un western sui generis che vede tra gli interpreti lo stesso Young. La soundtrack, ovviamente affidata al canadese e ai Promise Of the Real, vede la luce il 23 marzo su etichetta Reprise. Il film, proiettato in anteprima al festival South By Southwest, viene trasmesso in esclusiva su Netflix. Negli stessi giorni viene diffusa la notizia che Young sarebbe alle prese con la scrittura di un romanzo di fantascienza dal titolo Canary. Non finisce qui: a ottobre arriva l’annuncio di un nuovo album live con registrazioni d’archivio curato dal regista Cameron Crowe e dal fotografo Joel Bernstein. Si tratta di Song For Judy, la cui pubblicazione è prevista per il 30 novembre: 22 canzoni risalenti al tour del 1976 tra cui l’inedita No One Seems To Know.

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