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    04
    1967

Classic

Elektra

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È il 1967, ed escono, tra gli altri, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, The Velvet Underground and Nico, Are You Experienced, The Piper at the Gates of Dawn, Absolutely Free, Forever Changes, Surrealistic Pillow, Buffalo Springfield Again, Younger Than Yesterday, Safe As Milk, e mettiamoci in mezzo anche I Never Loved a Man the Way I Love You e chi come Dylan e i Byrds già poteva pubblicare antologie, oltre ai dischi nuovi. Non male come annata, che ne dite?. In questa messe di disconi – ed è facile pure che me ne sia dimenticato qualcuno – si infila il primo LP di una band californiana che si è fatta le ossa nei locali del Sunset Strip a Los Angeles.

Tutto nasce da un incontro tra due ex compagni della facoltà di cinema della UCLA. Jim Morrison, malato di poesia beat e simbolismo francese, vagabonda nullafacendo a Venice Beach e ha un intero concerto in testa. Ray Manzarek avrebbe una band, ma la canzone dell’amico lo folgora: ha trovato qualcuno con cui formarne una nuova. Prima i due ragazzi suonano con i fratelli di Ray, poi si aggiungono Robbie Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria. I neonati Doors riescono presto nell’impresa di farsi cacciare dal Whiskey A-Go-Go per un testo visionario e un po’ troppo audace persino per la scena rock californiana degli anni ‘60 (la parte declamata di The End è già una piccola leggenda). Con questo bell’episodio in curriculum, arrivano alle orecchie giuste, quelle della Elektra Records. Il resto è storia abbastanza conosciuta…

Vero è che la popolarità del quartetto, per chi ha la mia età, è pure “colpa” del massiccio revival innescato dal peraltro discutibile film di Oliver Stone; al di là del surplus ridondante di mitologia, anche nel 2017 questo disco entra nello stereo e ha ancora addosso il senso di istantanea di un momento esaltante, in cui alla musica rock ancora in fieri sembra(va) tutto possibile. Persino cambiare le menti di una generazione, di un paese, di un mondo. O giocare a farlo risultando credibile. Il linguaggio giovane e onnivoro del rock dei Sessanta è un vocabolario che si aggiorna da un mese all’altro, da una settimana all’altra; il rock and roll, il pop, il jazz, la bossanova, il rhythm and blues, il flamenco, il funk, il soul di Memphis, il blues di Chicago, il ritmo latino, il songspiel brechtiano e i raga indiani, tutto questo può diventare un’unica macedonia sonora che ha il gusto di quella band. Da ogni personalità, da ogni miscela inedita nasce qualcosa di nuovo o che sposta l’asticella della sfida un po’ più in là.

«Rubavamo un po’ da tutti», diceva in effetti Manzarek. Ma con una maturità che sarebbe piaciuta a T.S. Eliot, i Doors spizzicano qui e là – tra i riff del James Brown di Papa’s Got A Brand New Bag e della Butterfield Blues Band di East/West e la libertà modale di My Favourite Things di John Coltrane – e riconfigurano tutto alla loro maniera, plastica e particolare; non sono poi passati tutti questi mesi e vantano già un canzoniere d’esordio tra i più potenti di quegli anni, che fa degna compagnia ai capolavori che abbiamo elencato subito all’inizio. Musicalmente sono una delle formazioni rock più atipiche. Il vero fulcro sono le tastiere di Manzarek, la cui mano sinistra si accolla anche le parti che normalmente spetterebbero a un basso elettrico. «Avevamo provato, ma con un bassista suonavamo come i Rolling Stones, con un altro come gli Animals»; così almeno dal vivo, e in studio quando non c’è un basso vero e proprio, ci pensa Ray, smanettando su un Fender Piano Bass. Krieger, che suona rock-blues in fingerstyle con reminiscenze dei suoi studi di flamenco, somiglia più allo Steve Cropper della situazione che non a un solista alla Clapton; Densmore, viceversa, memore del suo training jazz, è un “accompagnatore solista” che aggiunge dinamica e sfumature. Non ci siamo dimenticati di Jim Morrison, uno dei cantanti più originali della sua generazione. Per quello che canta – versi ispirati ad Allen Ginsberg come a Rimbaud e visioni lisergiche con il radar puntato sul lato oscuro dei figli dei fiori e della vita in generale – ma anche per come lo canta, il magnetismo sciamanico che emana dalla sua voce e dai suoi personaggi “vocali”, il crooner oppiaceo, il bluesman con la gola di cartavetro, il baritono alcolico e feroce.

L’alone epocale di questo LP, registrato in presa diretta come nella più classica produzione Sixties fino a quel momento, è già in una prima facciata memorabile per come si susseguono una in fila all’altra Break on Through (tagliente boogie-rock infiltrato dai ritmi tropicali della bossa), l’r&b pulsante di Soul Kitchen e Twentieth Century Fox, Crystal Ship con il suo organo elettrico che danza sugli acuti come un carillon, la Alabama Song ripresa da Brecht e, dulcis in fundo, il classicone Light My Fire: Krieger l’ha scritta come una (folk)rock ballad in stile West Coast e lui e i suoi compagni la complicano per bene infilandoci un tempo di rumba, un’intro barocca di Hammond e una lunga improvvisazione modale con assoli di chitarra e tastiera, ispirata a Coltrane. Una canzone d’amore e di rivolta tra il fuoco della passione e il grande freddo – una canzone di un amore “più freddo della morte”, verrebbe da dire parafrasando un successivo Fassbinder ma soprattutto sentendo come canta Jim Morrison, Sinatra gotico che si è aperto già da un po’ il suo varco e parla con gli spiriti dell’aldilà…

La seconda facciata, che schiera in prima linea la Backdoor Man ripresa da Howlin’ Wolf, non regge quello stato di grazia e si acquieta, per poi riemergere con un magnetico e strepitoso finale che corrisponde a The End. Climax funereo di questo dark rock degli anni ‘60, The End è un bad trip sublime: l’epopea del flower power virata con i colori del negativo, intanto che in Vietnam sganciano il napalm e il mito di Edipo rivive nell’inconscio dell’era dell’acido. Ma è anche un viaggio allucinato nei meandri e nelle cavità di un blues che si trasforma in… psichedelia ombrosa, e poi raga rock spettrale con la chitarra che imita il sitar, danza pellerossa in levare, gorgo che risucchia tutti gli strumenti, frenesia misterica, e un finale stremato che si cala nell’oltretomba del sogno degli anni Sessanta.

In quello stesso anno i Doors pubblicheranno anche Strange Days, ottimo seguito guarnito sempre di classici come People Are Strange e When The Music’s Over, altra suite-jam-recital da fine del disco (e del mondo). Dopo questo secondo album, per risentirli a certi livelli bisognerà aspettare di fatto, l’ultimo, L.A. Woman. Il peana per The Doors – e per i Doors – viene quasi inevitabile; ad anestetizzare o anche solo a raffeddare queste emozioni non riuscirà l’ennesima operazione di repackaging celebrativo che, oltre a riparare il vecchio torto di una versione di Light My Fire troppo lenta (ci aveva già fatto i conti una ristampa di dieci anni fa), ha comunque l’idea di ripescare in via ufficiale il bootleggatissimo concerto al Matrix del marzo 1967. Monetizzare sul mito, sai che novità, ma è inutile storcere il naso per questo, quando abbiamo visto con i nostri occhi Manzarek e Krieger (che per l’occasione indossava una maglietta di Jim Morrison…) suonare i pezzi dei Doors insieme a un sosia di Jim Morrison pescato da una cover band… È successo qualche anno fa, all’Ippodromo di Milano, poco prima che il tastierista ci lasciasse per sempre per colpa di un tumore. Per quanto abusato – a volte, come si vede, anche dai suoi stessi protagonisti – il mito dei Doors si perpetua lo stesso a ogni ascolto. Pure mandato a memoria per la …esima volta, questo debutto rimane quello che è stato ed è: un classico fenomenale, figlio del suo tempo e fuori dal tempo. In un modo o nell’altro, con un’edizione o l’altra, c’è sempre qualcosa che cova sotto la cenere degli anni passati. Come on baby, light my fire… again.

8 maggio 2017
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