• ago
    11
    2017

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Sub Pop

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Immaginate il punk rock come una casa: per ogni stanza, ogni mattone, ogni metro quadro, c’è il contributo di moltissime band che hanno dato una mano a comporre questa struttura. Ci sono quelli che hanno messo su le fondamenta, quelli che hanno arredato le stanze costruite in seguito con i mobili migliori, quelli che non hanno aggiunto nulla alle pareti sfondate e quelli che hanno inserito elementi totalmente estranei. Oggi quel palazzo è vecchio, privo di aria e privo di spazio di manovra per inserirvi nuovi elementi. E siccome siamo in tempi di crisi post-mutui, per avere accesso alla casa vi occorre comunque un garante. Quel nome è Guy Picciotto, produttore di questo secondo (o terzo: dipende se si voglia inserire o meno il primo, carbonaro disco, nella conta) album dei Downtown Boys, nome che è nei radar degli amanti del punk dal precedente Full Communism. La giustapposizione del nome di Picciotto (uno che ha fatto parte dei Fugazi, quindi un esempio di complessità applicata ad una musica nata dall’esaltazione delle tre-note-tre) a quello dell’iper-politicizzata band ispano-statunitense dal Rhode Island è interessantissima: da un lato la realtà arzigogolata che si vuole dipingere trova una compressione perfetta negli slogan disperati di Victoria Ruiz, dall’altro il suono tiene, si allarga, ma non diviene frastagliato o astratto. In poche parole, entrambi hanno preso il meglio dall’altro. Soprattutto, hanno esaltato gli aspetti comuni in maniera totalmente funzionale.

Non sono i Fucked Up, i Downtown Boys, in quanto non hanno mire epiche, anche se ne eguagliano spesso il tumulto: lo si capisce dall’incipit A Wall (chiaramente anti-Trump), in cui l’intro non è prolungata come poteva essere in mano ai canadesi. Bensì, diventa una semplice funzione per un brano dall’elegante sviluppo orizzontale: ogni strumento ha pari dignità, le voci si incrociano o sovrappongono, le chitarre passano dagli arpeggi al tumulto leggermente noise, i cambi di accordi di basso permettono al brano di svilupparsi in una forma tra lo stradaiolo e il pop, con l’aggiunta dei fiati. Né tantomeno vogliono essere i Protomartyr (troppo poco emo/depressi) o i White Lung (poco patinati). I Downtown Boys sembrano giocare una partita tutta loro, che non ha certo dalla sua l’originalità del suono, ma raggruppa una serie di elementi di varia origine e li mette insieme in maniera efficace: dalle chitarre, che passano dal lancinante (in I’m Enough (I Want More) sembrano quelle di Bed For The Scraping dei Fugazi, ma rallentate) al parossismo noise di Somos Chulas (No Somos Pendejas), alle voci sempre urlate, sempre su toni alti, ma che, tra canto e controcanto, riescono a salvarsi facilmente dalla monotonia. Anche perché la band viaggia tra la classica attitudine all’inno (Lips That Bite, un pezzo che sembra uscito da una versione più cattiva di Hunx) al rumorismo che incontra dei Fear meno tecnici (Tonta). È come se i Nostri provassero a mettere dentro tutto ciò che il punk ha tirato fuori e cercassero di fornirne una propria versione, senza però mai superare i confini del post-hardcore o del post rock, e servendosi anzi di garage, new wave e rock’n’roll. Riuscendoci, alla grande, e non dimenticando poi di mettere in un unico calderone le radici inglesi e quelle statunitensi del genere.

Il suono messo in piedi dai Downtown Boys rappresenta poi il perfetto incrocio tra quello che è il punk rock oggi (una musica di nicchia) e la massima eccitazione che si può richiedere ancora al rock. In questi trentaquattro minuti compressi, violenti ma umani, frastornanti ma comprensibili, il divertimento e l’impegno sono presenti in uguale misura. Che è poi quello che fa grandi i grandi dischi punk rock, al netto della loro ormai tramontata capacità di incidere sulla società, anche quando la analizzano o criticano. Ma, in totale coerenza col genere, alla fine chi se ne frega?

12 Agosto 2017
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