Recensioni

6.8

Ok. La recensione telenovela vorremmo risparmiarvela. Ma è quasi impossibile scartarla nel momento in cui gli stessi testi dei nuovi brani puzzano di tardiva integrazione e risposta/difesa nei confronti di una faida che ha dato alla promozione di questo doppio album la spinta che neppure una batteria di meme avrebbero potuto dare. Come non parlare di Scorpion dal punto di vista di un milionario (ora miliardario?) che ha iniettato, in un lavoro probabilmente fatto e finito, riflessioni maldestramente adult sulla scorta di una paternità dichiarata in risposta a una diss track? Ricapitoliamo in breve: Pusha T, fuori con uno dei cinque album che Yeezy ha prodotto nel suo ritiro nel Wyoming, gambizza verbalmente Mr. filantropo e Mr. le “donne sono rivoluzionarie” con un pezzo improvvisato in cui rivela al mondo ciò che probabilmente gli addetti ai lavori sapevano già per sentito dire o investigazioni private (vai a sapere): Drake ha avuto un figlio da una relazione occasionale con una pornostar e lo ha nascosto al mondo. Paga il silenzio di lei a suon di bigliettoni. Non è il bravo ragazzo che dice di essere.

Ce ne frega? A lui eccome, e con tutta probabilità nei giorni precedenti la pubblicazione digitale del doppio album s’è dato da fare per infilarci strofe da neo babbo maturo, a partire da quella che tutti i giornali hanno spiattellato – appunto – stile telenovela. Lo abbiamo già detto a proposito del suo (ex) santino e ora eterna nemesi, Kanye, lo ripetiamo ora anche nel suo caso, nessuno dei due vincerà mai un Pulitzer, e di certo Drake non aspira neppure a pensare per la sua carriera qualcosa del genere. Egotico e narcisista sì, delusional proprio no, anche perché vuoi mettere privarsi dell’unica cosa che gli è rimasta come ragione di vita? Drake ha bisogno di parlare di Drake. Di fare il suo folk. Ogni anno ci fa il riassunto aggiornato di ciò che gli è passato per la testa e sotto gli occhi. Differentemente da Kanye che, oltre a rappare, passa giorni e notti in studio per campionare e creare musica per sé e per altri (quando va bene) nella miglior tradizione di Dilla, lui il suo rap e il suo r’n’b, o il mix di entrambe le cose = pop (la sua specialità), lo fa arrangiare a un giro di ganzi che, tocca riconoscerlo, fiuta con incredibile talento (Noah “40” Shebib e molti altri). Parentesi. La filiazione tra i due è cosa nota e da queste parti c’è Sandra’s Rose, un pezzo sputato a quelli di Yeezy, prodotto però da Dj Premier, con il canadese a rapparci sopra proprio come Old Kanye farebbe. Né più né meno quello che succede in 8 Out Of 10 e in altre tracce ancora. Eppure Drake parla a masse, anzi nazioni intere, che Kanye (e Pusha figuriamoci) si scorda.

Ascoltare musica (spesso grime abbiamo visto), scovarsi nuovi talenti produttivi e spremersi neppure troppo le meningi per scrivere (anche blaterare) testi, è ciò che lo fa svegliare la mattina con quello sguardo lì, quello della copertina. Non sa manco lui cosa stia fissando ma pretende di farci capire che lo sa. Dentro quegli occhioni da cerbiatto (nerd) ci leggi quel mix di nervosismo, noia e soffusa dolcezza che sono il succo della sua proposta artistica, del suo brand. Una vita al top della gerarchia sociale ed economica, trascorsa più davanti all’Home Theatre, ai party e a scopare che sui libri di quel secchione di Lamar. Del resto, Drake e Ye, liberati da una mai troppo svanita trinità fatta di machismo/violenza/misoginia (da sempre combustibile di una fetta dell’hip hop), non hanno mai tolto dall’equazione il resto delle variabili della cultura socio-musicale che li accomuna: $$$, donne, abiti, fuoriserie (Bugatti), e non dimentichiamoci dell’intoccabile mamma. Mettiamoci il cuore in pace, non aspettiamoci grandi strofe o atteggiamenti adulti in Scorpion, carrambate come dicevamo sì («I wasn’t hidin’ my kid from the world, I was hidin’ the world from my kid»), confessioni da talk show certo («Can’t go 50-50 with no ho / Every month I’m supposed to pay her bills and get her what she want… My dad still got child support from 1991»), ma niente che un trentenne immaturo e narcisista non avvezzo alla (dolce) droga potrebbe tirar fuori dal vuoto pneumatico di un opulento folklore di bitches and hoes («She say do you love me, I tell her only partly / I only love my bed and my mama, I’m sorry»).

Flip side. Drake gode da sempre di talento e intuito melodico che non trova ostacoli di grandeur o megalomania. Non ha nessuna Kim a cucigli addosso case study à la OJ Simpson. Mangia e dorme da solo, fa sesso e musica in compagnie assortite, in un loop continuo, ad entropia inevitabile ma controllata. Troppe tracce, troppi album, troppi fatti suoi, troppo lui, eppure anche questa volta dove altri sarebbero perlomeno inciampati, half black, lo scorpione, immobilizza con dignità, e senza bipolarismi. Nel primo disco rappa e come sappiamo manco da virtuoso, nel secondo fa r’n’b e manco qui è un drago, ma quando melodia, costosi campioni (vedi Jacko), solide basi e contrappunti sono, allineati, i pezzi sono hit. Hit talmente grandi che manco ti rendi più conto se sono veramente roba necessaria o il miglior Home Perfume in circolazione. Tappezzeria di lusso? La questione per molti è ancora apertissima. Fatima Al Qadiri e la sua cricca il suo mondo lo vede iperreal. Fatto sta che Drake ti prende dentro le sue God’s Plan e non ti molla. Anche quando fa melina (e nel disco ne fa parecchia), è come bere dell’Armand de Brignac Brut Gold sul terrazzone del party super esclusivo. Solo e impacciato in mezzo al Tardo Capitalismo Incarnato. Dal pulpito del suo folk, qualcosa sul presente ce lo sta dicendo, più dei Rolling Stones o di Billy Corgan.

Questo ritornare ai basics dei suoi dischi pre-Views, lontano dunque dalle cose più pop e da quegli entusiasmanti mix di dancehall, grime ecc. di More Life, è dunque un bel veicolo per presentare un disco autobiograficamente povero eppure significativo nel suo complesso. Diverso dall’irresistibile album che le astronomiche cifre registrate su tutte le piattaforme di streaming all’indomani della sua uscita sembrano suggerire.

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