• Gen
    13
    2014

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Stolen Records

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East India Youth ha preso un po’ tutti in contropiede: difficile pensare che il primo botto dell’anno discografico sarebbe stato il suo. Certo, il videoclip di Looking For Someone pubblicato ad ottobre, aveva generato una cospicua dose di hype, ma probabilmente in pochi si sarebbero aspettati una tale acclamazione trasversale. Dietro al moniker East India Youth si nasconde William Doyle, già leader dei misconosciuti Doyle and the Fourfathers (autori di un discreto indie-pop/rock, recuperateli su Spotify). A salvarlo dall’anonimato sono state le lungimiranti menti del magazine The Quietus, che hanno inaugurato la propria esperienza discografica (la Quietus Phonographic Corporation) pubblicando il primo lavoro solista dell’inglese, Hostel EP, dopo esserne rimasti folgorati.

William è dotato di un gusto artistico tutto suo che traspare anche solo guardando i live su Youtube, in cui il Nostro si presenta vestito in giacca e camicia come un impiegato di banca e si districa tra synth, laptop e basso con grande dimestichezza, spaziando tra paesaggi sonori lontani e senza seguire nessuno stereotipo o moda passeggera. Questo assoluto sprezzo delle “regole” di un mercato discografico spesso vittima di limitanti compartimenti stagni, è lampante anche lungo i solchi dell’ambizioso album di debutto Total Strife Forever (sì, pare che i Foals c’entrino…) nel quale William, correndo il rischio di mostrarsi al mondo con un disco superficialmente poco coerente, riesce a creare in realtà un ampio spettro di situazioni caratterizzate da un filo conduttore già identificabile. Un’impresa non da poco, che il Nostro sembra realizzare con estrema facilità.

Pubblicato dalla Stolen Recordings, il poliedrico Total Strife Forever, nel suo continuo vortice synthcentrico, è banalmente suddivisibile tra le tracce completamente strumentali e quelle (quattro in tutto) in cui William Doyle si concede vocalmente un moderno cantautorato elettronico piuttosto contagioso: Looking For Someone (la positiva ripetitività melodica è intervallata da un’apoteosi prog-tronica), una Dripping Down che vince facile con melodia+cassa dritta, il glitch-pop classicheggiante di Song For a Granular Piano e la kraut-ballad Heaven, How Long. Nel loro piccolo, quattro gemme. Non da meno il corposo reparto voice-free, nel quale l’inglese si immerge nei freddi contesti digitali. Partendo dal pre-kraut di Stockhausen, William esplora i tracciati dell’elettronica dei tardi anni ’70 – tra ambient (soprattutto l’Harold Budd prodotto da Eno), progressive electronic ed esplosioni cosmiche – spingendosi con grande libertà espressiva fino a teste di serie attuali come Tim Hecker, Oneohtrix Point Never e Fuck Buttons. Quest’ultimi non sono troppo distanti nella suite formata dagli interludi Total Strife Forever (I, II, III e IV), in cui primeggia quello che sembra un Oberheim OB-Xa “dronizzato”. Completano l’opera l’arpeggio synth stratificato di Glitter Recession, la techno old-school di Hinterland e l’ambient dai risvolti epici di Midnight Koto, capace di evocare panorami sci-fi di pianeti abitati da altre forme di vita.

Non siamo di fronte a una rivoluzione sonora (probabilmente non avrebbe sfigurato nel roster di Type Recordings a metà anni Zero) come quella che portò a James Blake – al quale viene spesso accostato senza che ve ne siano troppi motivi – ma East India Youth, grazie all’onestà artistica che lo contraddistingue, sembra aver trovato il modo per rendere grande un album in realtà “piccolo” come questo. Dopotutto, citando Chamfort, “nelle grandi cose gli uomini si mostrano come conviene loro di mostrarsi; nelle piccole, quali sono“.

13 Gennaio 2014
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