• Feb
    22
    2019

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Woodworm

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«Neanche entro in studio, darei solo fastidio. Il disco lo ha arrangiato Luca Bossi in un anno. Io gli mandavo i miei provini, gli ho chiesto di fare un disco pop, poi la ricerca è tutta sua». Il passaggio è preso da un’intervista concessa a Rolling Stone, e la dice lunga sul modus operandi di un musicista, ovvero Edda, che non ha mai nascosto il «lavoro impressionista» (spiegato ampiamente anche a noi, assieme a qualche dettaglio sulla sua filosofia di vita) alla base delle sue canzoni, ma soprattutto dei testi. «Quando canto una canzone, mi deve prima piacere a livello melodico, poi se riesco anche a dire due cose che non siano cazzate, meglio ancora. Non accetterei mai di scrivere tipo un trattato o qualcosa di elevato su un monotono, su una melodia che non mi dice niente».

Fru Fru, fin dal titolo rivela una certa voglia di leggerezza, figlia anche di un periodo difficile per l’artista – di qualche mese fa la morte della madre, qui omaggiata in Edda, forse uno dei brani migliori della tracklist – ma da un certo punto di vista un elemento da sempre parte di una personalità caratterizzata da una grande onestà di fondo (a volte ai limiti dell’autolesionismo), un caos creativo virtuoso ma che spesso pare senza controllo, e una semplicità nell’affrontare la vita che è fatta anche di debolezze ammesse senza tanti giri di parole. Insomma, come si fa a non amare, umanamente parlando, un musicista che vorrebbe il suono del qui presente disco a metà strada tra Raffaella Carrà e Comedown Machine degli Strokes, e allo stesso tempo non ha filtri nel dichiarare che non riesce più a cantare dal vivo i brani di uno dei suoi lavori migliori, ovvero Semper Biot, perché quello Stefano/Edda era «pieno di ferite, uscito da una dura battaglia» che lo aveva «proprio umiliato»? È qualcosa di talmente lontano da certe bassezze umane cui tocca assistere a volte avendo a che fare con artisti ben più furbi e “sul pezzo”, che quasi si rimane sorpresi.

Il quinto disco da solista in dieci anni di Stefano Rampoldi rappresenta in pieno, dunque, la volontà del musicista che gli ha dato vita: non c’è proprio la Carrà tra i suoi solchi, ma di sicuro ci sono certe ritmiche uptempo e un posizionamento generale del suono ad altezza fine Settanta/inizio Ottanta. Gli anni di Blondie (ascoltatevi la base ritmica di Italia Gay), per intenderci, del funk degli Chic – e, per riflesso, della disco daftpunkiana – (E Se) o magari di Donatella Rettore (Thesoldati), seppur tagliati con una modernità luccicante e composita nei timbri – davvero creativo il lavoro di arrangiamento e produzione artistica messo in opera da Luca Bossi. Un disco divertente, insomma, anche se sottotraccia si respira sempre quella malinconia di fondo che il Nostro non riesce a trattenere del tutto, ad esempio in una Vela Bianca vicina al Beck più Sixties con quel beat trascinante, o nella già citata Edda.

È vero, i testi del musicista milanese sembrano più il frutto del momento e della sua personalità istrionica, piuttosto che di un afflato poetico cesellato (anche se non sono in molti, oggigiorno, i parolieri capaci di inanellare versi taglienti e ironici come «Samsara davanala lidha loka / Sesto piano / Sto volando senza ali / Ottavo piano / Un piano in più dei sette nani» – e comunque a una lettura più attenta il cantato rivela un carattere meno estemporaneo di quanto non sembri inizialmente), ma è proprio questo uno dei tratti distintivi della musica prodotta dall’ex Ritmo Tribale. Chiedergli di essere altro significherebbe probabilmente mortificare una creatività che vive anche di un’emotività disegnata a mano libera e poco interessata alle giuste proporzioni o alla corretta prospettiva. Prendere o lasciare.

27 Febbraio 2019
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