Recensioni

Phillip Sollmann aka Efdemin è una delle figure chiave della scena elettronica tedesca dell’ultimo decennio. La sua parabola musicale è legata a filo doppio a quella della Dial Records, a cui, pur non rimanendo fedele al 100%, torna sempre per i progetti più importanti. Sia lui che la label (e i suoi fondatori David Lieske, ovvero Carsten Jost, e Peter M. Kersten aka Lawrence, così come Pantha Du Prince, l’altro pezzo da novanta della scuderia prima del suo passaggio alla Rough Trade) sono originari di Amburgo e poi trapiantati a Berlino: dal Golden Pudel, un piccolo club nella zona del mercato del pesce della città anseatica, al Berghain, l’ombelico del mondo techno. La Dial ha sempre avuto ampi spazi di manovra dalla capogruppo Kompakt: pur presentando in catalogo proposte che spaziano dal songwriting al post-rock, l’etichetta ha da subito trovato visibilità e rispetto concentrandosi su release post-minimal, frutto in particolare del lavoro dei quattro moschettieri amburghesi di cui sopra.
Prima di diventare resident DJ al Panorama Bar, il polivalente Sollmann è stato violoncellista, giornalista musicale, studente di computer music all’università di Vienna. Negli ultimi 14 anni Efdemin ha portato avanti senza fretta ma con determinazione (dalla deep house scolastica di Joni, traccia inserita nel primo CD di artisti vari Dial, datato 2001 e intitolato programmaticamente Hamburgeins) un progetto musicale al tempo stesso colto e immediato, nutrito di cultura enciclopedica in ambito elettronico e di passioni viscerali per i suoni made in Chicago e Detroit. Ed è nei suoi eclettici DJ set (si veda il mix Carry On – Pretend We Are Not in the Room del 2008 per l’etichetta belga Curle, o il mixtape rilasciato nel 2013 per FACT ) e nei suoi remix (due esempi tra tutti: Butterfly Girl per Pantha Du Prince del 2005 e La Duquesa per DJ Koze del 2013) che la “forza tranquilla” di Efdemin si esprime in pieno, mentre le scorribande più sperimentali sono firmate o con il suo nome e cognome (i droni ambient di Something is missing – Dial, 2006) o in coppia, con Oliver “Rndm” Kargl (la minimal cerebrale firmata Pigon, creata con il software Max/MSP) o con Marcel Fengler (le produzioni pubblicate da Ostgut Ton a nome DIN).
La pubblicazione dei tre long-playing firmati Efdemin, tutti sotto l’egida Dial, copre un periodo di sette anni, e ogni uscita segna un momento evolutivo. Nel 2007 l’album omonimo pone il musicista di Amburgo all’attenzione mediatica mondiale (per intenderci: in quell’anno Resident Advisor mette Efdemin al primo posto tra i producer, e il disco al secondo posto tra gli album, solo dietro a Untrue di Burial), con una rivisitazione di istanze a metà strada tra il lirismo funky di Theo Parrish e le metronomie delle M Series by Maurizio, per una deep techno che soddisfa in pieno i bisogni primari del dancefloor (Lohn & Brot, Le Ratafia), senza lasciare disconnesso il cervello. Tra i suoni selezionati, spiccano quelle campane (Knocking at the Grand, Acid Bells) che poi saranno al centro dell’ultimo lavoro dell’amico e allora compagno di scuderia Pantha Du Prince: tra i due rimangono più affinità che divergenze, con Hendrik Weber alla ricerca delle propaggini più romantiche della techno, e Phillip Sollmann ai tempi maggiormente attratto da battiti e pulsioni afroamericane. Chicago, del 2010 (malgrado le reticenze in merito dell’autore, il titolo non è buttato lì a caso), esprimeva in pieno il lato più groovy di Efdemin, affiancando piacevolissimi brani deep house dalla forte impronta jazzy (Cowbell) ad esperimenti più canonicamente minimal (Night Train). E dove il mix riusciva meglio, ne risultava un cocktail frizzante e godibile, ad alta gradazione dance (Shoeshine, There Will Be Singing, Wonderland).
Decay, in confronto ai primi due album, è un disco molto più pacato e rigoroso. Lo stesso Efdemin lo presenta come “più coerente e maggiormente focalizzato sulla faccia più profonda della techno”, prendendo linfa vitale dalle sperimentazioni drone delle installazioni sonore che Sollmann porta in giro in tutto il mondo. La press release circostanzia: l’album nasce nel “Meadow”, il suo nuovo studio di Berlino, e si affina tra i monti blu di Kyoto, durante una artist residency di tre mesi a contatto con i colori, le emozioni trattenute, i ritmi rarefatti della natura giapponese. Decay: decadimento, declino, decomposizione, “my body isn’t listening to me“. Il primo pezzo funziona come dichiarazione d’intenti: un profondo ed inflessibile 4/4, ambientali space pad lanciati verso l’infinito ed oltre, frequenze alte in levare. Le voci che connotano Some Kind of Up and Down Yes sono tratte da una puntata del quiz televisivo americano degli anni Cinquanta “What’s my line?”, ospite Salvador Dalì (!). In Drop Frame ritroviamo le campane, marchio di fabbrica della minimal Dial, trattate e risonanti, frammiste a fruscii e rumori colti in field recording. L’eterea traccia Transducer fa da apripista ad una delle vette del disco: Solaris è, e non solo nel titolo, un vero e proprio omaggio in musica al realismo magico di Tarkovskij. Tastiere cristalline si rincorrono nella stanza degli specchi: alla fine l’ecstatyca raver tedesca, nel suo magnificare le virtù ecumeniche della musica, non può che terminare con un eloquente “Liebe ist total”. La traccia eponima Decay riprende stilemi techno-trance cari ai primi Underworld. Subatomic riesce a fare a meno del kick drum, concentrandosi sull’ambiente e prendendo fiato. Track 93, con la sua sghemba linea vocale, e i suoni analogici di The Meadow sono i più diretti ma ironici riferimenti house del disco (vaghe memorie detroitiane, à la Robert Hood). Parallaxis ci riporta nello spazio e ci lascia lì a volteggiare, ma solo con la proiezione astrale. Il nostro corpo, in continuo, impercettibile decadimento, non si era mosso dal tempio di Ohara: “touching music, touching music“. Disco della maturità, meditativo, ascetico, ambizioso nel suo voler cogliere le profondità dello spazio infinito e il suono della foglia che cade. Ladies and gentlemen we are floating in deep techno space.
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