• nov
    21
    2014

Album

Unhip Records

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Torna sul luogo del delitto, Egle Sommacal, chitarrista dei Massimo Volume con in curriculum collaborazioni a vario titolo con Lalli, Moltheni, Starfuckers, Detriti. E ci ritorna come nel suo esordio in solo, quel Legno in cui armato di sola chitarra e anima svelava forse gli aspetti più intimi del proprio pensiero musicale e magari anche qualcosa in più, legato al proprio carattere e al proprio sentire. Ora, chiusa la parentesi di apertura al mondo di Tanto Non Arriva, è di nuovo tempo di rinchiudersi in se stessi, approfittando delle prime brume autunnali, per elaborare un disco che si ricollega a quell’esordio – stesse coordinate sonore, stesso modus operandi, stessi elementi in ballo, ecc. – ma se ne distacca anche. In primo luogo, accentuandone il versante malinconico, intimista, quasi rappreso, si direbbe, su posizioni oscure e inintelligibili, legate tra di loro da un invisibile filo umorale; in secondo luogo – sfruttando le circostanze della vita che lo hanno portato a confrontarsi con certo minimalismo americano – fare di quella landa inesplorata una sorta di molla per l’indagine qui affidata a nove tracce egemoni, dal punto di vista dell’identità sonora, quanto varie per umori e sensazioni.

Scorrono così piccole gemme di fingerpicking acustico e strumentale, delicate melodie in punta di corda staccate dai modelli di riferimento classici e ancorate ad una visione introspettiva del mondo in cui i riferimenti all’oscurità, alle nuvole cariche di elettricità che precedono un temporale, alle atmosfere plumbee e gravi, non sono che contrappunti su cui si fonda l’intero architrave del lavoro. Esemplari in questo senso la rivisitazione per acustica della Première Gymnòpedie di Eric Satie, l’omonima opener Il Cielo Si Sta Oscurando, la reiterata malinconia di Nuvole Sopra La Bolognina che fa il paio con quella struggente posta in essere da uno dei vertici del disco, L’Ultimo Grande Collezionista, o la conclusiva mini-suite Ryou-Un Maru, ispirata dalla deriva dell’omonimo peschereccio giapponese, girovago senza meta dopo il maremoto del 2011 per mezzo mondo prima dell’affondamento dall’altra parte del globo. Possibile chiave interpretativa per un lavoro magari non “politico” ma per lo meno “esistenziale”, capace cioè di porre l’ascoltatore di fronte a dubbi e riflessioni di più ampio respiro partendo da poche note di chitarra nuda e cruda. Cosa non da poco di questi tempi, specie se si fa a meno della sempre troppo abusata parola.

18 Novembre 2014
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