Recensioni

Il nuovo corso degli EN è ormai metabolizzato e storicizzato, pertanto credo che nessuno si attenda le evoluzioni avanguardistiche, rumoriste e prive di compromessi degli esordi. Ormai, e da un buon trentennio, gli EN sono una formazione di elegante e ricercato rock a 360 gradi che non dimentica affatto la lezione di un tempo, ovvero mai dare nulla per scontato e tentare di essere più iconoclasti possibile, ma la applica a una dimensione tutta nuova. Pop, in definitiva.
Perché “pop”, da intendersi nella accezione originaria, come “popular”, ovvero in grado di parlare e raccontare a una platea molto più ampia di quella riservata alle avanguardie o ai movimenti di rottura. Quindi questo nuovo lavoro Alles In Allem, titolo enigmatico as usual nella sua banale semplicità, non sfugge alla nuova dimensione, ai nuovi palazzi che non crollano rumorosamente, nonostante i cinque ci tengano a sottolineare che «the buildings keep collapsing forever and ever», ma si rifanno il look risultando molto più nuovi di tanti altri presuntamente innovativi. È un disco di rock, maturo e pop nella fruibilità, elegante e raffinato nelle scelte, stiloso senza essere paraculo e sanguigno senza essere viscerale. Incentrato su Berlino, senza essere necessariamente un concept, è una sorta di riflessione sulla città di origine della band in occasione del quarantennale, che diviene anche una rilettura della propria carriera nell’arco di questo notevole arco temporale.
Quindi zero nostalgia e zero idealizzazione, piuttosto un percorso nello spazio-Berlino ma nel (sospeso, unico) tempo-EN. Così la disgregazione dei palazzi un tempo affidata a seghe circolari, martelli pneumatici e oggettistica varia autocostruita (resa difficoltosa se non impossibile oggigiorno dai divieti di accedere alle discariche, come lamenta la band), adesso transita nel riassemblamento di ricordi, sogni, frammenti sonori quanto scrittori dell’allora come dell’oggi, per non dire del coinvolgimento diretto, nella creazione del disco, della fan base riunita nel sito della band in tempi non sospetti, in una forma che è totale sperimentazione sul songwriting così come sull’idea stessa di processo creativo. Così all’ascolto di queste 10 canzoni sembrerà di affrontare altrettanti passi in una (atemporale) topografia cittadina e in una carriera discografica che sono un tutt’uno, da sempre e per sempre, finalizzato a fornire sempre una chiave intepretativa critica del presente e ammonire sull’avvenire. Un po’ quello che i Nostri fecero molti anni fa abbandonando del tutto l’industria discografica standard per lanciarsi in una personale idea di autoproduzione collettiva; un po’ quello che continuano a fare in forme molto più accessibili oggi, con questo disco che arriva 12 anni dopo l’ultimo album in studio e a 6 da Lament.
Un album, questo Alles in Allem, in cui archi e percussioni, tensione e rilascio, rumori e atmosfere si fondono come al solito con maestria ed eleganza, ma che vivono di tanto altro che esula dal mero aspetto musicale: di fantasmi (la morte di Rosa Luxemburg rievocata in Am Landwehrkanal che diviene riflessione su sogno comunista e gentrificazione selvaggia), di aleatorietà (le 600 cards utilizzate dal quintetto per ispirazione e libera associazione di testi e/o suoni), di abbandoni (la canzone Welcome In Berlin che diede origine all’album e che poi è stata eliminata, portando all’idea di trovare la forma per raccontare la città partendo proprio da quel vuoto), di necessità fatta virtù (le percussioni di Taschen, visti gli impedimenti citati sopra, sono “fatte” da borsoni pieni di stracci trovati nella spazzatura), ma soprattutto di idealismo, di progettualità, di consapevolezza e di lungimiranza.
Dopotutto, se non si è quasi parlato di musica in senso stretto e siete giunti fino a questo punto, è segno che gli Einstürzende Neubauten continuano a fare il loro “lavoro” sempre al meglio. Anzi, sempre meglio.
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