• nov
    07
    2014

Album

BMG

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Poteva, la band che ha fatto del rumore la propria spina dorsale e del crollo/distruzione un riconoscibile marchio di fabbrica, estetico oltre che etico, esimersi dal trattare quanto di più rumoroso ci sia al mondo, ovvero la guerra? La risposta è ovviamente no, dato che Lament è l’opera/riflessione che gli Einstürzende Neubauten hanno deciso di consacrare alla Grande Guerra, di cui corre quest’anno il centenario. E hanno deciso di farlo a modo loro: aggiungendo sì, rumore a rumore, ma allestendo intorno alla materia principale sfumature, dettagli, rovelli vari che fanno di questo Lament più che un disco in sé, una vera e propria “rock-opera” fruibile nella sua interezza in sede live e di cui la versione su disco non è che una “studio reconstruction”, una sorta di “libretto” d’opera.

Al netto delle dichiarazioni della band – che ci incuriosiscono alquanto – in relazione alle tappe del tour novembrino e alla messinscena del tutto, Lament è a tutti gli effetti un album, seppur particolare nel suo essere a “concetto” e nonostante la eterogeneità di una proposta in cui si alterna tutto lo spettro sonoro, e non solo della formazione berlinese: il rumore di matrice industriale come reminiscenza degli albori, l’avanguardia come continuo spostamento “oltre” di una ricerca musicale indomita, la wave come basico humus su cui far germogliare piante diverse, l’approccio cabarettistico e la performance di stampo teatrale come commistione fra arti e infine la “sensibilità pop” dell’ultimo periodo come dimostrazione di apertura ed allargamento dei confini di genere. Dopo tutto Lament è un lavoro che ha richiesto approfondimenti non esclusivamente musicali (ricavati da varie forme di incisioni audio, come canti di soldati o suoni di bande, in una sorta di sonorizzazione originale), quanto più genericamente storici, archivistici, statistici, documentali e letterari, al fine di fornire allo spettacolo una visione a tutto tondo della Grande Guerra. Sono così comprensibili e “naturali” passaggi alieni come la carica grottesca fornita da Hacke e Blixa sotto vocoder allo scambio “telegrafico” tra il “kaiser” Wilhelm e lo zar di Russia Nicholas in The Willy-Nicky Telegrams, oppure la sinteticamente percussiva Der 1. Weltkrieg (Percussion Version), lanciata a 120bpm a ricordare ad ogni battito i giorni di durata del conflitto e il coinvolgimento delle varie nazioni in uno “statistical piece of music”, per dirla alla Blixa. Oppure lo scroscio infernale, l’“hellish miasmah” dell’opener Kriegsmaschinerie, il cui clangore non può non evocare materialmente la paura e lo spaesamento che i combattenti dell’epoca provarono nelle crude battaglie o, ancora, Hymnen, col suo irriverente mash-up multilinguistico di inni nazionali.

Aggiungiamoci una ossessivamente inquietante How Did I Die, reprise di un pezzo dello scrittore Kurt Tucholsky relativo alla propria esperienza in guerra, la versione made in Blixa (solo voce e tanti, tanti brividi) della Where Have All The Flowers Gone di Pete Seeger poi germanizzata dalla Dietrich (Sag Mir Wo Die Blumen Sind), la Weilliana On Patrol In No Man’s Land incentrata sul reggimento degli Harlem Hellfighters, la splendida epopea in tre movimenti che dà il titolo all’intero lavoro, e ci renderemo conto, solo parzialmente prima del live, della complessità messa su disco dai tedeschi. Non che ce ne fosse bisogno per comprendere lo spessore del gruppo, ma questo Lament, con tutto il corollario di riflessioni – la più amara della quali, “First World War never ended – the interwar and postwar periods being essentially pauses for breath […]”, ci ricorda come la guerra sia condizione intrinseca all’essere umano – che si porta dietro, ci rende uno dei più importanti gruppi dell’avanguardia mondiale al suo meglio.

4 Novembre 2014
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